Un nuovo welfare. Contro le nuove povertà in Italia

di Riccardo Magi, apparso su L’Unità in edicola del 15 aprile 2017

È sicuramente un passo avanti importante l’approvazione di una legge per il contrasto alla povertà: eravamo gli ultimi in Europa, in compagnia della sola Grecia, a non avere una misura universale che rispondesse a questa esigenza nonostante i 4,5 milioni di persone che versano in condizioni di estrema indigenza e deprivazione, come confermato ieri dall’Istat.

Il limite della legge, tuttavia, è evidente: con 1,8 miliardi annui a regime è possibile raggiungere solo 400 mila famiglie in condizioni di povertà assoluta su 1,6 milioni. Secondo le stime dell’Irs – Istituto per la Ricerca Sociale, il costo per far uscire dalla povertà assoluta la maggioranza delle persone in queste condizioni è pari a circa 15 miliardi l’anno. L’Italia, che già spende per tutte le misure di welfare una tra le più elevate quote del Pil (29,8%, pari a 478 miliardi di euro), non può certamente permettersi di aumentarla ulteriormente.

L’unica strada percorribile, anche per ragioni di equità sociale e per corrispondere ai bisogni reali degli esclusi e dei disabili, è riformare gran parte del sistema di protezione sociale ridistribuendo le risorse a favore delle fasce più povere, anche attraverso il reddito minimo d’inserimento, e riducendo quelle rivolte alle fasce più abbienti. È quanto proponiamo come Radicali Italiani con una proposta di legge d’iniziativa popolare per il contrasto alla povertà e la riforma del welfare, che sostanzialmente si autofinanzia con le risorse esistenti: legge sulla quale raccoglieremo le firme a partire da maggio, purtroppo solo nelle strade perché, per motivi incomprensibili, con lo Spid (l’identità digitale certificata) si possono fare ricorsi online, ma non firmare per una iniziativa di democrazia diretta.

Il problema della povertà è sarà sempre più centrale nella vita dei cittadini: infatti, ai fenomeni «classici» di povertà, spesso associati a condizioni di esclusione sociale, occorre aggiungere altri e nuovi fenomeni, che hanno caratteristiche del tutto diverse e che risulteranno sempre più diffusi in un futuro prossimo.

Determinati da una parte dalla sempre maggiore diffusione di lavoratori autonomi che operano nell’economia sharing, on-demand, gig, peer-to-peer, con modalità di lavoro intermittenti che spesso prevedono retribuzioni complessive annue al di sotto della soglia di povertà, dall’altra dallo sviluppo delle nuove tecnologie digitali e dell’automazione che mettono a rischio percentuali elevate di professioni non qualificate e manuali (9-10%, secondo l’Ocse), determinando un nuovo tipo di «disoccupazione tecnologica» di lunghissima duratae quindi a rischio di povertà.

Questi nuovi fenomeni richiedono politiche di contrasto basate non solo su sostegni al reddito temporanei (il reddito minimo  d’inserimento), ma soprattutto su politiche d’inclusione nel mondo del lavoro e sull’adeguamento delle competenze dei lavoratori spiazzati dalla globalizzazione alla nuova domanda di professioni tecniche e altamente qualificate. A questo proposito emerge un’altra criticità che riguarda anche la legge governativa i soli 7.500 addetti ai centri pubblici per l’impiego (110 mila in Germania e 75 mila nel Regno Unito), che non riescono neppure a erogare le minime prestazioni previste dal Jobs Act per i disoccupati, come potranno aiutare anche i beneficiari del reddito minimo a reinserirsi nel mercato del lavoro, soprattutto aumentando le proprie competenze a adeguandole alla domanda reale del mercato? Per non parlare della necessità vitale di creare nei CpI sportelli per i migranti, per aiutarli a integrarsi e includersi nella società sempre attraverso al lavoro.

La nostra proposta di legge prevede, senza ulteriori esborsi, di rafforzare i centri per l’impiego e i servizi sociali, anche utilizzando le risorse del Fondo sociale europeo, che spesso sono sprecate o non utilizzate. Solo una riforma complessiva del welfare potrà dunque liberare le risorse necessarie a contrastare davvero la povertà. È possibile trovare una convergenza tra forze politiche e sociali non demagogiche per questo grande obiettivo di giustizia sociale che entra nel cuore del disagio sempre più diffuso causato dalla diseguaglianza – un  sottoprodotto non obbligato dalla globalizzazione – che si esprime con il rifiuto generalizzato della politica?

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