Quando dovevamo disorganizzarci. Scientificamente. Un anno senza Voce

di Ennio Bazzoni

Era un gioco, da qualche anno. Lo facevo con me stesso, quasi ogni mese. Solo che non sapevo quando sarebbe successo di nuovo, non sapevo soprattutto “come” sarebbe successo. E verso i trenta giorni dall’ultima volta cominciavo a guardare con più attenzione le rassegne stampa, a leggere meglio i giornali, ad ascoltare i TG con pazienza, fino allo sport. Erano gli anni novanta, già avanzati ma non troppo. Si, la militanza radicale o anche solo la vicinanza agli altri radicali mi permetteva, certo, di godere di un osservatorio privilegiato, sebbene la disinformazione regnasse in tutti i giornali e in tutte le reti TV ma soprattutto dentro le teste di chi dirigeva tutta l’informazione, soprattutto quella televisiva. Ma insomma, l’attesa cresceva, e mi chiedevo quando sarebbe accaduto che, di nuovo, un politico italiano avrebbe detto una cosa da farmi saltare sulla sedia. Una di quelle che proprio non puoi evitare di ridere o di allargare le braccia o di indignarti. Una di quelle che avrebbero fatto la fortuna dei siti internet di informazione, se fossero esistiti allora.
Ma il gioco non era veramente questo. Il gioco iniziava solo quando a parlare, a intervenire sui temi nuovi della politica, a scrivere le prime parole dell’argomento sui giornali o a dirle in TV arrivavano i politici di rango, quelli che in Italia la mattina dopo erano a fare colazione in diretta su RaiUno, il pomeriggio sbucavano da un banco di gastronomia regionale insieme al cuoco di turno e parlavano di lenticchie & Parlamento riuscendo a infilare la novità del giorno fra un intervento e un altro, quelli che la sera ci venivano raccontati in tutte le salse dal Telegiornale e magari facevano un’incursione pure nelle trasmissioni di medicina insieme al primario amico che spiegava al volgo, per esempio, la pericolosità della droga, di quella marijuana presentata come un flagello con Pannella suo apostolo.
Allora, solo allora, al terzo o quarto intervento quotidiano di uno di quei signori, esattamente nel momento in cui da tre ore le truppe cammellate dei giornalisti di regime ci offrivano a cena il solito contorno e supporto di famiglie sofferenti e sacerdoti affranti ma decisi, deputati e senatori di rimbalzo con la cravatta grossa in evidenza a dare interpretazioni senza sapere di cosa, proprio lì, quando stavo già pensando Oddìo ma bisognerebbe dire che, bisognerebbe dire che… ecco che veniva detta, da quel signore detto Giacinto, la battuta fulminante, l’argomentazione breve (si, breve!) e secca, giusta come mai, si, proprio quella che avevo nella testa da un giorno o da tre e che non veniva fuori perché non avevo le parole ma che dentro di me gridava, gridava con parole sue di voler uscire, di voler alzare la voce, di voler sistemare quel politicante, e con lui quella casta spiegazzata di miseri portaborse del nulla ma col microfono sempre in mano a dare voce al peggio. Eccola, eccola! Lui l’aveva detta, finalmente! L’aveva detta nel modo che attendevo, non una parola di troppo e non una di meno, l’aveva detta giusta, aveva colpito nel segno, aveva detto quello che andava detto. E il mio gioco finiva subito dopo, quando mi rendevo conto di nuovo che Marco era il mio portavoce, lo era stato ancora una volta. Diceva quello che io pensavo, solo che riusciva a dirlo, e come lo diceva! Io maturavo dentro di me quelle parole, quella risposta, quell’accusa, quella verità, ma Marco Pannella l’aveva detta, prima di me e prima di tutti! Mi sentivo ancora una volta compreso, rappresentato, come a diciott’anni.
E il gioco finiva, ogni volta, com’era cominciato: con il ricordo della prima e della seconda volta. Si, Marco Pannella, venti anni prima e poi dieci anni dopo la prima, mi aveva tolto le parole di bocca. Negli anni settanta, in tv, era riuscito ad arrivare alla prima serata, ma soprattutto era riuscito ad arrivare alle nostre orecchie e farsi ascoltare: per un diciottenne, sentire un politico adulto parlare di quelle cose che un giovane aveva dentro ma che non trovavano forma, ascoltare parole nuove come amore, felicità, pelle, notti e ore, sesso, persona, donna, uomo, lavoro come costruzione di una personalità sociale, militanza non gerarchica come esperienza di vita, e di nuovo felicità e di nuovo le altre e ancora felicità, era una vera rivoluzione, non quella che ci proponevano altri fatta di rivolta e contrapposizione ma di vicinanza, nonviolenza, tolleranza, e di nuovo felicità, e notti, e giorni. Finalmente era nato qualcosa non di melenso, non per nascondersi, non per fare il muso duro ma per rivendicare il proprio diritto all’unicità di ciascuno e alla differenza come valore sul quale costruire. Diritti civili, diritto all’informazione, diritto all’identità, diritto al dissenso e all’aggregazione sulle idee piuttosto che sulle ideologie. Eccolo, il Partito Radicale.
La seconda volta, forse dieci anni dopo, un evento verbale di Marco, in pubblico, dedicato ai Radicali in quel momento in crisi o in appannamento, tanta fatica nel raccogliere le firme per i referendum ma scarsi risultati dovuti, a parere di tutti, alla disorganizzazione. Problema di sempre… ma il Pannella che individua il problema, lo affronta, lo dibatte, lo alza per portarlo sotto i riflettori (lo ha fatto anche con vari dissidenti interni al partito, negli anni) e per meglio affrontarlo e risolverlo (apparentemente in modo semplicissimo ma in realtà con impegno e tanta fatica) tira fuori, di fronte a chi chiedeva, fra noi, una soluzione banale come un comitato per la gestione della campagna politica… la genialità del pensiero e dell’azione: durante un grande discorso tirò fuori tutto se stesso e disse alla fine “Disorganizzatev scientificamente!”. Insomma fate come volete, ma curate la preparazione della vostra azione politica, non fatevi fregare dall’inedia o dalla fretta di ottenere risultati, non accettate che i vostri obiettivi siano messi al servizio degli strumenti utili alla lotta ma pretendete il contrario, fermatevi a discuterne meglio per evitare di andare avanti senza costrutto, scegliete gli obiettivi, ragionate, collaborate, usate la nonviolenza come metodo e usate la chiarezza, se necessario la rudezza, senza negare a chi non è d’accordo con voi la dignità del dissenso.
E tutto quello che ho sentito da Marco, negli anni, ha confermato quanto ci aveva detto: disorganizzatevi, scientificamente! Perché l’ordine naturale delle cose è quello. Perché le cose funzionano se sono organizzate bene, ma anche se si vivono con porte e finestre aperte, pronte ad accogliere nuove idee, nuovi amici e nuovi compagni e compagne. O magari una buona musica. Non facciamo mancare al nostro avversario il nostro aiuto, e rispettiamo il suo ruolo. Organizziamoci, rendiamo efficiente il nostro lavoro ma crediamoci, restiamo liberi e creativi.
Era questo, è questo, quello che voglio sentire, dentro di me, quando sale l’indignazione o quando vedo l’assenza di informazione o la negata identità. Quel “diritto alla conoscenza” che Marco ripeteva come necessario e impellente, martellando su questo, ogni giorno, in ogni occasione. E il mio gioco dopotutto ha sempre significato questo: se non c’è nessuno che alza la voce per far sentire quella di chi non ne ha, non possiamo dirci persone, donne e uomini veri.
Il gioco, finito di nuovo, ora si rivolge a me stesso. Ma questa volta sono solo, nella risposta. Questa volta devo scegliere. Marco non c’è più, e un portavoce mi servirebbe proprio. Chissà.
Un abbraccio a tutti i Radicali, ovunque essi siano o vogliano stare, in questo giorno senza Voce.

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