La laurea ad honorem di Marco Pannella

di Ilari Valbonesi

Teramo, 20 febbraio 2015. Sono da poco passate le ore undici quando Luciano D’Amico, Rettore dell’Università di Teramo apre la cerimonia per la consegna della pergamena di Laurea honoris causa in Comunicazione a Marco Pannella. Un discorso conciso, volto a sottolineare un atto dovuto a chi ha contribuito ad un cambiamento radicale della comunicazione politica e istituzionale e un atto voluto e condiviso con entusiasmo dal Senato Accademico “con immediata adesione del ministro Giannini”. Un riconoscimento, per meriti evidenti, per le sue “battaglie di civiltà”, per la sua dedizione, il rigore etico, il suo donarsi con generosità, e per gli studenti, un esempio di impegno civile.

Nel corso della mattinata si avvicendano le menzioni degli intervenuti al carisma e alla nobiltà di un “gigante della politica italiana” che ha attraversato tutta la storia repubblicana (così il professor Francesco Benigno), alla “religione della libertà”, di cui Pannella è secondo il Presidente della regione Abruzzo Luciano D’Alfonso un autentico “santo laico”, per finire con le parole commosse di Gianni Letta per l’amico e conterraneo, “presenza ingombrante e loquace, talvolta fastidiosa, eternamente dialettica e sempre più preziosa”.

Ma su tutti sono il messaggio inviato dal Presidente Emerito della Repubblica Giorgio Napolitano e la laudatio introduttiva di Stefano Traini, Preside della Facoltà di Scienze della Comunicazione, a inquadrare e a dare il senso vero, scientifico e politico, di questo riconoscimento accademico. È nelle parole del Presidente che si trova il primo accenno alle “straordinarie innovazioni” di Pannella nel linguaggio “politico e comunicativo”, e sottolineiamo la “e” che meditatamente segna la differenza e la prossimità di linguaggio e azione. Su questo piano riflessivo egli prosegue riconoscendo il conferimento della laurea come una “sorta di paradossale risarcimento” per essere stato precluso a Pannella da lungo tempo “l’accesso alla forma più diffusa e efficace comunicazione, quella televisiva”. Una censura tecnica, che però non ha impedito a Marco Pannella di influenzare le vicende della vita istituzionale e di creare “quell’unicum comunicativo che è Radio Radicale”, ma soprattutto di invocare l’uscita dell’Italia dall’illegalità in cui si trova “ancora oggi e più che mai”, sul piano del rispetto delle convenzioni sui diritti umani e delle regole dello Stato di diritto e “in particolare, della difesa dei detenuti, nel contesto di una da troppo tempo sollecitata umanizzazione delle carceri in Italia”.

Stranamente è proprio il messaggio di Napolitano, anche se letto dal Rettore alla platea, in assenza, per l’impossibilità del Presidente di essere fisicamente tra gli intervenuti, seppur impeccabilmente “presidenziale”, a incrinare per primo il cerimoniale e a introdurre il tema del diritto e del corpo, quindi della presenza, e a irrompere nel presente. In questo quadro Stefano Traini opportunamente evoca le storiche azioni di lotta nonviolenta del corpo luogo-evento con cui Pannella ha messo in scena il silenzio, come quando nel 1978, durante una tribuna dei referendum in onda sulla RAI, insieme a Mellini, Spadaccia e Bonino, s’imbavaglia per 25 minuti davanti alle telecamere con un cartello al collo. Un corpo silenzioso, quindi eloquente. E ancora le azioni fatte di parola in cui Pannella dimostra la sua insuperabile capacità di tessere per ore intere discorsi, in un continuum di variazione, che riescono a riconfigurare i formati comunicativi più tradizionali, deformandoli e trasformandoli in marce antimilitariste, sit-in, sfilate di cartelli, messaggi scritti sul corpo, per poi farli rientrare nell’alveo della parola parlata, in una continua sovrapposizione mediale, sospeso tra strategia razionale e tensione emotiva, “tra calcolo ed estesia”, tra veggenza e il ragionevole deregolamento dei sensi, parafrasando Arthur Rimbaud.

Nella scena disegnata dal messaggio presidenziale e dalla laudatio, si fanno le ore 12, ed è il momento della Lectio magistralis. Il protocollo in questo genere di occasioni vuole che una lezione in forma scritta sia già stata anticipata, sia già stata messa, per così dire, “agli atti”. Al “laureato” non si richiede in fondo che di ripeterla, o leggerla. Ma proprio su questa aspettativa Pannella mette in scena la sua dimostrazione, la più eloquente sintesi del suo pensiero e del suo contributo originale a una scienza e a una pratica della comunicazione, a una scienza e a una pratica della politica. “Ieri mi sono stati dati degli occhiali nuovi, infinitamente più leggeri dei precedenti, così leggeri, che nel viaggio hanno perso una stecca”, sono le sue prime parole. Una frase semplice, che strappa sorrisi, ma che non è un incipit tecnico, volutamente colloquiale, per rompere il ghiaccio. Pannella, ci dice che non ha scritto nulla, e che non avrebbe letto lo stesso. Quella frase semplice è già il cuore della lezione, la sua vertigine e il suo differimento, la piega di un discorso che lascia trapelare un altro modo per dire ciò che scandirà dopo qualche minuto: “quel che si compie metodologicamente prefigura la forma che finirà per avere il fine”. Se per la ragion di Stato i fini giustificano i mezzi e implicano momenti di distruzione, nella lotta nonviolenta i mezzi prefigurano il fine, e questo fine è lo stato di diritto, il luogo in cui il rispetto delle leggi significa convincere, anche l’avversario.

Nel contesto della Facoltà in cui si svolge la lezione è facile che al termine “mezzo” pronunciato da Pannella si associ anche la nozione e il significato proprio di medium, ed è difficile non leggere su un doppio piano il suo “la nonviolenza è il dar mano e il dar corpo e vita e durata e immagine”. E sempre su un doppio piano, ci invita a leggere il suo richiamo a Napolitano, nell’ambito di quello che da alcuni anni è un vero e proprio dialogo a distanza, lontano dai media di maggiore diffusione. Lo è certamente dal giorno 8 ottobre 2013 in cui Giorgio Napolitano consegna il suo messaggio formale al Parlamento sulla necessità d’intervenire nell’immediato, con il ricorso a rimedi “straordinari”, sul carattere strutturale e sistemico del sovraffollamento carcerario in Italia e l’irragionevole lunghezza dei tempi dei processi ed effetti di ingovernabilità e di violazione dei diritti umani.

Per Pannella, Napolitano è un Presidente che ha partecipato alle tragedie dell’ultimo secolo e che l’ha fatto con intelligenza “dando corpo” al suo tempo, e il suo messaggio è di una importanza capitale, di una forza programmatica che va oltre la fine del suo mandato. Il messaggio del Presidente è un atto magistrale massimo “miracolosamente ignorato”, un atto rimasto inascoltato, ovvero il Parlamento ad esso non ha mai dato risposta. Questo mancata risposta e mancato dialogo per Pannella è letteralmente “ignobile” visto che quello stesso messaggio ci impone l’inderogabile necessità di porre fine, senza indugio, a uno stato di illegalità costituzionale che ci rende tutti corresponsabili di una violazione di diritti umani. Il prolungato silenzio delle Camere è da ritenersi un’inammissibile allontanamento da “quei livelli di civiltà e dignità che il nostro paese non può lasciar compromettere da ingiustificabili distorsioni e omissioni della politica carceraria e della politica per la giustizia” (Napolitano).

E ancora il silenzio dei media: non c’è stato giornale, nessun programma televisivo, nessun dibattito pubblico, nessun confronto democratico sul messaggio del Presidente della Repubblica, sulla flagranza “tecnicamente” criminale dello Stato italiano già denunciata dalla giurisdizione europea, sul diritto dei cittadini di conoscere per deliberare. Un “silenzio mediatico” che Pannella ancora una volta riconfigura in silenzio che si fa medium. Questa potrebbe essere la sintesi finale della lezione, sintesi che non viene affatto esplicitata come assunzione teorica. Bensì come per l’inizio con la battuta sugli occhiali, la teoria trova la sua forma nel modo colloquiale proprio di Pannella: nella parola che si rivolge semplicemente a qualcuno, chiara nelle finalità, aderente al mondo. Dal richiamo al messaggio di Napolitano sulla situazione delle carceri e la sistematica violazione da parte delle istituzioni della loro stessa legalità costitutiva, la lectio magistralis si chiude con un appello al nuovo Presidente della Repubblica Italiana, Sergio Mattarella, garante della Costituzione, per definizione imparziale. Se veramente è tale adesso ha lui l’obbligo di natura costituzionale e la responsabilità di pronunciarsi prestissimo sulle questioni fondamentali per lo stato di diritto e la vita democratica del Paese, sollevate dal messaggio formale del suo predecessore. Perché il silenzio è un medium, e questo non è mai neutrale.

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