La politica come poesia

di Donatella Trevisan

Era il 1974. Io avevo poco più di sette anni, facevo la seconda elementare. Eravamo a casa della sorella di mia nonna, forse per festeggiare un compleanno o un matrimonio, non ricordo. Ricordo però che c’era tutto il parentado. E che ad un certo punto i grandi iniziarono a discutere molto animatamente fra loro. Riecheggiava di continuo la parola “divorzio”. Accompagnata per lo più da commenti scandalizzati. Fu lì che sentii nominare per la prima volta Marco Pannella, e fu lì che per la prima volta interiormente mi schierai con lui.

Venne poi il 1978, la lista Nuova Sinistra/Neue Linke sostenuta dai Radicali, la battaglia contro le gabbie etniche. Facevo la seconda media. Scoprii la politica. Scoprii che non riguarda un piano astratto dell’esistenza, ma la vita concreta delle persone.

Nel 1981 avevo 14 anni e mi accingevo a diventare una donna. La battaglia per la legalizzazione dell’aborto fu anche la mia. Nello stesso anno decine di premi Nobel firmarono il manifesto-appello radicale contro lo sterminio per fame nel mondo. Scoprii cosa fosse uno sciopero della fame, e lo adottai come metodo di lotta nonviolenta anche all’interno della mia famiglia.

Per caso un giorno mi sintonizzai su Radio Radicale che proprio a partire dalla battaglia contro la fame nel mondo aveva adottato i requiem – in particolare quello di Mozart – come colonna sonora dell’emittente. Ne divenni ascoltatrice assidua. Nei miei viaggi notturni tra Trieste e la Toscana le registrazioni dei processi che via via segnavano la storia d’Italia – tra cui quello che vedeva incriminato Enzo Tortora, che poi divenne presidente del Partito Radicale – mi accompagnavano tenendomi sveglia. Seguivo i dibattiti sui temi della laicità, dell’antimilitarismo, dell’europeismo, dell’obiezione di coscienza, sull’apertura dei manicomi, sull’omosessualità, sulle pensioni minime, sul diritto alla conoscenza, sulla partitocrazia, sul debito pubblico, sugli ordini professionali, sulle partite IVA, sul dissesto idrogeologico del nostro Paese, sullo stato di diritto, sul Tibet, sugli uiguri, sulle carceri, sull’Unione Sovietica, sull’ex Jugoslavia. Pannella aveva un modo di descrivere i fatti, i nessi tra i fatti e soprattutto la condizione umana, che mi toccava profondamente. Il suo lessico era assolutamente politico e al contempo assolutamente poetico. Alla fine degli anni Ottanta, pur vivendo con mezzi ristrettissimi, dopo aver sentito Pannella lanciare un appello per la vita del Partito Radicale, versai il mio contributo tramite bollettino postale. Mi professavo radicale e per questo venivo disprezzata da gran parte dei miei conoscenti, che non lesinavano scherno e insulti (lo slogan più gettonato era “siete dei pagliacci”), di cui andavo abbastanza fiera.

Per indole ero tuttavia refrattaria all’idea di iscrivermi ad alcunché. Un giorno a Padova passai accanto ad un banchetto radicale. Si raccoglievano firme per un referendum antiproibizionista. C’era parecchia polizia. Al tavolo due ragazze tra i venti e i trent’anni, un signore più maturo, un uomo dall’età indefinibile. Era la prima volta che mi trovavo a tu per tu con dei radicali in carne ed ossa. Ebbi la tentazione di fermarmi a chiacchierare. Invece firmai e basta.

Più di un decennio dopo – era fallita per un soffio l’iniziativa radicale per favorire l’esilio di Saddam Hussein e scongiurare l’intervento armato in Iraq – fui contattata da un radicale di Bolzano che mi chiese se ero a conoscenza del fatto che era in corso la raccolta di firme per la libertà di ricerca e di procreazione (legge 40), e che mancavano autenticatori. Dissi di sì. Allora, rispose, sai anche che essendo una dipendente pubblica puoi farti fare una delega che ti autorizza ad autenticare le firme. La mia militanza attiva iniziò così, quasi per caso.

Raccolsi e autenticai firme per vari mesi, molti giorni a settimana, molte ore al giorno. Intorno ai tavoli si raccoglieva una spettacolare varietà umana, si respirava un’aria di libertà, di paritarietà, di slancio e apertura. Avevamo un obiettivo. Volevamo raggiungerlo. Sul finire della campagna referendaria, che nella nostra provincia era stata passata praticamente sotto il silenzio dei media, in particolare quelli di lingua tedesca, decidemmo di partecipare con una lista radicale alle elezioni comunali del capoluogo, per sfruttare gli spazi di comunicazione che ci erano a quel punto obbligatoriamente dovuti. Giunse a Bolzano anche Marco Pannella, che allora aveva 75 anni. Rimase fianco a fianco con noi, sulle strade e sulle piazze, per quasi una settimana. Facemmo anche una trasferta a Merano. Ad un certo punto ci ritrovammo noi due soli, sulle passeggiate Tappeiner, a invitare la gente che passava a firmare. Ci alternavamo al megafono. Dopo svariate ore mi disse: “Certo che te non ti ferma nessuno.” “Senti chi parla”, ribattei.

Iniziai a partecipare ai congressi. A frequentare la sede del partito in via di Torre Argentina. A partecipare ad interminabili sedute che si protraevano fino a tarda notte. Marco Pannella c’era sempre. Non mollava mai. C’era in lui una totale coincidenza tra vita e politica. La sua vita era politica e la sua politica era vita. Per strada lo salutavano tutti, e lui ricambiava con affetto. Era un uomo da marciapiede. Amava gli ultimi, i diseredati, quelli scansati da tutti gli altri. Ma era capace anche di mitiche sfuriate che lasciavano di sasso chi non ci avesse già fatto l’abitudine.

L’ultima volta in cui tornò a Bolzano fu nel 2010. Facemmo una visita al carcere. Era in corso la battaglia per l’amnistia e il rientro nello stato di legalità dei penitenziari italiani. Tutti i detenuti sembravano conoscerlo. Lo abbracciavano, gli sorridevano, gli stringevano le mani, ripetevano ancora e ancora il suo nome. Con i maghrebini Pannella parlava in francese. Uno splendido francese. In quasi ogni cella c’era una radiolina per seguire Radiocarcere, la trasmissione di Radio Radicale dedicata alle persone detenute. Ci fermammo parecchie ore. Quel giorno, il 2 maggio, Marco Pannella compiva 80 anni.

Oggi Pannella non c’è più. Non è mai stato senatore. Non è mai stato insignito di onorificenze. È stato molto avversato e preso in giro. Ma è stato uno dei pochi che ha reso il nostro Paese migliore. E ci ha fornito formidabili strumenti di conoscenza, analisi e lotta.

“Bisogna saper ‘essere speranza’, per non limitarsi ad ‘avere speranza’” (Marco Pannella).

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