L’eredità di Pannella è dentro di te. Ma potrebbe essere quella sbagliata

di Diego Galli*

Ringrazio Simone Sapienza per la proposta di pubblicare un mio ricordo di Marco Pannella. Tuttavia, proverò a parlare di come a mio parere andrebbe trattata la memoria e l’eredità politica di Pannella. Sono autore di un libro su questo, e per quanto finora nessuna realtà radicale a eccezione di quella di Milano ha voluto utilizzarlo per organizzare momenti di riflessione critica, continuo a pensare che è proprio questo che sia necessario.

Inizio con il dire di essere deluso dal modo in cui Radicali Italiani e l’Associazione Luca Coscioni, così come il Partito Radicale hanno deciso di celebrare il primo anniversario della sua scomparsa. Ricordo che Francesco Rutelli, dal palco di piazza Navona il giorno dei funerali, lanciò l’idea di una grande conferenza annuale che affrontasse ogni anno una delle campagne di Pannella. Vedo invece, al di là dei possibili sforzi individuali dei relatori, solo commemorazioni senza un vero tentativo di riflessione critica.

Questo è d’altronde il filo conduttore di quanto la leadership radicale di entrambi gli schieramenti ha fatto da un anno a questa parte. La competizione per l’eredità politica e materiale del leader radicale ha portato tutti a proseguire quasi come non fosse successo niente. A ribadire le bandiere e i corsi di azione già intrapresi. A mostrare di avere risposte, idee, campagne, organizzazioni pronte ad essere usate. Quasi a dissimulare la crisi di identità, strategia e struttura organizzativa che non poteva non seguire alla morte di Pannella.

Ma l’eredità di Pannella è una cosa molto più seria. I leader e i militanti che si sono formati facendo politica con Marco Pannella si ritrovano un bagaglio raro di conoscenze pratiche e abitudini mentali.
Si sono formati ad avere rispetto delle istituzioni. Hanno sentito innumerevoli volte Pannella dire che la democrazia richiede umiltà. Che le regole e le procedure sono sacre. E che anche in un Paese come l’Italia che le disprezza e deride, qualsiasi radicale sa mettere a disposizione il proprio corpo, attraverso un digiuno o una disobbedienza civile, per dare alle leggi quel rispetto quasi religioso che si deve a ciò che rende possibile la convivenza civile. Tuttavia questo rischia di diventare retorico, se non ancorato a una solida strategia per produrre cambiamento, e di un’analisi seria dei meccanismi grazie a cui si perpetua l’illegalità e dei punti in cui sarebbe possibile intervenire.
Qualsiasi militante radicale ha anche un’abitudine a mettere in discussione le ideologie consolidate, o meglio i tic mentali che ne rappresentano quasi l’unico lascito attuale. Si tratta di un punto di partenza importante per poter osservare la realtà senza le lenti distorte di parole d’ordine usurate. Tuttavia, le stesse idee radicali rischiano di trasformarsi in ideologia se non le si sa storicizzare, trasformare in strumenti di dialogo e anche, quando opportuno, abbandonare.
I radicali hanno visto in Pannella unire idee e sentimenti, raffinati ragionamenti e azioni dal forte impatto emotivo. Conoscono il legame tra emozioni e politica, e come archetipi e tabù giocano un ruolo decisivo. Tuttavia, Pannella ha usato queste sue doti “carismatiche” per instaurare un controllo del partito basato su legami di codipendenza narcisistica tra leader e seguaci. La concezione di leadership di cui la classe dirigente radicale ha fatto esperienza è di tipo accentratore e narcisistico, non solo disfunzionale, ma anche enormemente arretrata.
Sono anche abituati a mettersi dalla parte degli esclusi e delle vittime, a non assecondare le dinamiche del capro espiatorio, a contrastare le reazioni di pancia che alimentano i tanti populismi d’occidente. Tuttavia, paradossalmente la dinamica del caprio espiatorio è stata rivolta verso l’interno del partito, trasformando in eresia qualsiasi discostamento dalle analisi e dalle simpatie del momento di Pannella. Nessun leader radicale è mai riuscito a contrastare davvero questa dinamica. Dovrebbe chiedersi perché, per poter sperare di saperla contrastare al di fuori, con la sana consapevolezza di non poter avere la capacità di Pannella di usare lo scandalo in modo profetico.
Come pochi in Italia sono abituati ad occuparsi di politica estera e ad avere una visione transnazionale dei fenomeni. Tuttavia, il progetto di un partito transnazionale è fallito, e la sua evocazione retorica non supplice la sua insussistenza attuale. Immaginare una modalità per organizzare alleanze e capacità di azione transnazionale è tanto urgente, quanto assente da una coraggiosa e seria progettazione strategica.
I radicali sono in sostanza ben attrezzati come potenziale classe dirigente ad avere un ruolo importante e unico in un panorama politico in cui prevale la rincorsa alle soluzioni facili e di corto respiro, alla chiusura localistica, alla rassegnazione a rapportarsi ai fenomeni globali come cataclismi da cui difendersi invece che dinamiche da governare.
Tuttavia, questo immenso patrimonio rischia di restare sprecato, schiacciato sotto il cadavere di Marco Pannella negli opposti tentativi di rianimarlo ad oltranza o di far finta che non pesi come un macigno.

La realtà è che non è possibile farsi carico dell’eredità di Pannella senza confrontarsi con le sue contraddizioni. Senza avere il coraggio di guardarci dentro e prendersi la propria parte di responsabilità. Solo dopo aver fatto questo, è possibile domandarsi, e rispondersi in modo onesto, sul cosa significa essere radicali oggi. Arrivare “alla radice delle cose”, come l’etimologia della parola suggerisce. E saper così trasportare quella radice nella terra della politica di oggi. Per coltivare nuovi semi.

*(autore del libro “Pannella. La vita e l’eredità”, Castelvecchi editore)

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