Marco Pannella, la storia, gli archivi

Comunicazione di Andrea Maori alla giornata di studio «Ricordando Marco Pannella in occasione del primo anniversario della scomparsa. Materiali per lo studio del movimento radicale» – Museo centrale del Risorgimento, 19 maggio 2017.(1)

Per introdurre il tema di questa comunicazione ho bisogno di qualche minuto per una premessa di carattere generale sugli usi e abusi della storia nella vita pubblica italiana.

Dalla fine della seconda guerra mondiale nel mondo occidentale c’è stato costantemente da parte di dirigenti di partiti e movimenti politici il tentativo di rileggere e riscrivere la storia piegandola alle esigenze del dibattito pubblico.

In Italia il fenomeno è stato particolarmente intenso con l’avvento della cosiddetta Seconda Repubblica a partire dalla prima metà degli anni Novanta del Ventesimo secolo.

Dopo la caduta del muro di Berlino nel 1989 la crisi dei partiti tradizionali è stata tale che le nuove organizzazioni politiche nate dalla cenere di quelli della prima Repubblica hanno avuto bisogno di fare i conti con il proprio passato.

Per citare velocemente i casi più eclatanti il fenomeno ha coinvolto in particolare Alleanza Nazionale, nato dalle ceneri del Movimento Sociale Italiano, partito di estrema destra, il Partito democratico della sinistra, nato dal Partito comunista italiano e la Lega nord.

Per la destra erede del Movimento sociale italiano l’operazione di ridisegno della storia è stata complessa.

In poche battute si può dire che se in generale il dittatore Benito Mussolini ha continuato ad essere giudicato come un “brav’uomo” che ha fatto del bene all’Italia e il fascismo è visto come regime benevolo, il tentativo costante di Alleanza Nazionale è stato, a differenza di quanto faceva il MSI, di traghettare la destra lontana dalla mitizzazione di quella storia accreditandosi come formazione liberaldemocratica di ispirazione nazionale.

Il tentativo è avvenuto però in modo contraddittorio: per esempio attraverso l’operazione di riabilitazione dei combattenti della Repubblica sociale di Salò, con proposte di legge, poi non approvate, che li parificavano sullo stesso piano giuridico dei partigiani.

In questo modo, in nome di una pacificazione generale, venivano parificati chi lottava per la democrazia e chi, invece, voleva continuare con una dittatura.

Nel versante opposto, dal crollo del muro di Berlino in poi, i comunisti italiani che hanno dato vita al Partito democratico della sinistra anziché fare i conti con la propria storia hanno ricercato fuori dalla propria tradizione i punti di riferimento ideali.

I riferimenti del PDS cominciano ad essere i leader del Partito democratico degli Stati Uniti, i presidenti John Fitzgerald Kennedy e successivamente Bill Clinton, poi il leader laburista britannico Tony Blair.

Insomma, icone e modelli di riferimento di un partito che ha preferito sbarazzarsi della propria storia con una certa velocità anziché rivendicarla nelle sue luci e ombre. Per quanto riguarda i riferimenti politici e culturali italiani c’è stato da parte di buona parte dei dirigenti del nuovo Partito democratico della sinistra, il tentativo di rivendicare come appartenenti alla propria tradizione esponenti e lotte di movimenti socialisti e socialdemocratici che poco o nulla avevano a che fare con la storia del comunismo italiano.

Nel dibattito politico degli anni Novanta c’è un ansia di dichiararsi postcomunisti e lastoria del PCI nel senso comune tende a scomparire.

Tutto questo è avvenuto in un periodo in cui il PSI e il PSDI venivano travolti da inchieste giudiziarie e da una difficoltà dei dirigenti di quei partiti a rivendicare con orgoglio la propria tradizione culturale e storica.

Al recupero del comunismo ci ha pensato invece Silvio Berlusconi che fin dalla sua discesa in campo ha posto il tema dell’anticomunismo al centro della sua riflessione politica, spesso in modo insistente ed ossessivo.

Forza Italia risulta attiva come partito dal 19 gennaio 1994, quindi si tratta di un partito nuovo senza storia e senza tradizione propria.

L’anticomunismo ha costituito un elemento di coesione primaria.

Uno degli obiettivo di Berlusconi è stato quello di sfatare un luogo comune, vale a dire che il comunismo sia morto sotto il peso del crollo del muro di Berlino. Ma nel pensiero berlusconiano comunisti non sono solo gli eredi del PCI, ma tutti i giornali – pur moderati e borghesi come il Corriere della Sera – che vedono in modo critico la sua esperienza politica.

La Lega nord di Umberto Bossi è andata invece a riscoprire un passato la cui nascita affonderebbe nella notte dei tempi. Fin dalla sua fondazione la Lega nord ha sviluppato una revisione della storia del Risorgimento che viene ridotto ad “un colossale affare” all’interno del quale i grandi padri della Patria (Garibaldi, Mazzini e Cavour) vengono ridimensionati e ridotti a loschi profittatori.

Insomma, per anni, secondo la Lega Nord, il Risorgimento non sarebbe altro che l’antecedente del mito di Roma “ladrona”, l’inizio di un andazzo che continua gloriosamente fino ad oggi, come ebbe a dire una giornalista su «La Padania», quotidiano della Lega, il 17 ottobre 2001. (2)

In generale, per tutto il periodo della seconda Repubblica c’è stato il tentativo di piegare il passato alle esigenze del presente attraverso un’opera di ridisegno generale della storia.

Nel periodo che va dalla fine degli anni Ottanta ai primi anni Duemila le operazioni di curvatura del passato hanno spesso assunto i connotati di un vero e proprio revisionismo storico.

In questo modo si è smarrita la funzione civile ed educativa del fare storia.

Negli ultimi tempi invece l’uso politico della storia sembra essersi particolarmente attenuato rispetto a quella stagione. I leader politici attuali quasi mai fanno riferimento ad eventi storici da piegare alle proprie esigenze di bottega.

L’operazione sulla memoria sembra essere svanita. Quello che conta è il nuovismo, condito di innovazione e dinamismo. La storia, nel linguaggio politico attuale, sembra una categoria vecchia, uno strumento superato.

I maggiori leader politici sono dei quarantenni poco interessati al recupero del passato. L’identità del proprio partito o movimento si fonda sulla forza del gruppo rispetto ad un obiettivo politico contingente, senza mai far riferimento a richiami verso il passato.

Completamente diversa l’operazione sulla memoria operata da Marco Pannella.

Il leader radicale durante i suoi numerosissimi interventi pubblici ha parlato di storia a partire da casi concreti.

I riferimenti sono stati quasi sempre formativi e, in qualche misura, anche didattici. Sono stati tentativi di approfondimento o richiami di singoli fatti storici per marcare un concetto su cui stava comunicando.

Per Pannella era costante il richiamo del pericolo della damnatio memoriae cioè del rischio di cancellazione di ogni ricordo di personaggi politici, pensieri e azioni che facevano parte di una lunga tradizione spesso minoritaria che ha prodotto analisi e proposte di altissimo rilievo.

Mi riferisco all’opera e all’azione di Gaetano Salvemini, dei fratelli Carlo e Nello Rosselli, di Ernesto Rossi, di Guido Calogero, di Aldo Capitini, o di Altiero Spinelli perseguitati dal fascismo con duri anni di carcere, di esilio, di confino o assassinati.

I loro ideali comprendono il federalismo europeo e la pratica della nonviolenza, la laicità dello Stato, il liberalismo attento alle questioni sociali e l’analisi delle strutture e delle élite di potere.

Il tentativo di recupero delle opere ed azioni di questi personaggi è sempre stato costante e duraturo durante la lunga vita del leader radicale.

In particolare, vorrei sottolineare il richiamo incessante alla vicenda dei fratelli Rosselli, promotori del gruppo antifascista Giustizia e libertà, richiamo fatto il più delle volte per marcare le origini, le radici e le identità storiche del Partito Radicale.

I fratelli Carlo e Nello Rosselli furono due importanti figure dell’antifascismo italiano che vissero a lungo in esilio a Parigi e furono assassinati in Francia a Bagnoles de l’Orne in bassa Normandia il 9 giugno 1937 da formazioni locali di estrema destra, molto probabilmente su ordine proveniente dai vertici del fascismo.

Il richiamo al pensiero e all’azione dei fratelli Rosselli è stato fatto spesso da Pannella per trovare nel passato dell’antifascismo liberale e socialista motivi per la battaglia politica dell’oggi.

In un intervento del 9 aprile 1994, in polemica con Alleanza nazionale che cominciava a definirsi liberaldemocratica, Pannella ricordò che i temi e gli ideali della liberaldemocrazia non possono non riferirsi che alla storia dell’esperienza degli antifascisti fratelli Rosselli, di Ernesto Rossi e di Salvemini.

Si trattava di una riaffermazione, in primo luogo, di intransigente antifascismo democratico e di un appello ad Alleanza Nazionale a fare i conti in modo onesto con la propria storia per rivelarne le contraddizioni e per evitare tentativi di manipolazione della storia.

Per Pannella poi il tema fascismo/antifascismo apre un altro capitolo di riflessione: le strutture portanti del fascismo, in primo luogo l’idea di Stato autoritario, sono state ereditate dagli antifascisti al potere nel dopoguerra senza operare alcuna frattura profonda dal punto di vista ideale e legislativa.

L’eredità tradita e dimenticata dei fratelli Rosselli compare in un’altra dichiarazione del 20 agosto 1995.

In quel caso Pannella entra in una polemica politica contingente per riaffermare l’ostracismo da parte del Partito democratico della sinistra nei confronti dei radicali e dell’area liberal-democratica allo stesso modo in cui i fratelli Rosselli e Giustizia e libertà furono considerati nemici dallo stalinista Partito comunista negli anni del fascismo.

In Marco Pannella è costante il richiamo alle vicende dell’Europa degli anni Trenta del Ventesimo secolo con le sue fragilissime democrazie ma soprattutto con la presenza di potentissime dittature che avrebbero portato alla seconda guerra mondiale e ai suoi stermini di massa.

Il richiamo a queste vicende è usato spesso per rafforzare il rischio concreto, nell’oggi, di dissolvimento delle strutture democratiche e la discriminazione delle minoranze civili e politiche.

Nell’articolo “Lo sterminio dilaga: non più solo per fame” del 15 luglio 1982 per il periodico «Notizie Radicali» il confronto è tra il nazismo e la grave situazione dello sterminio per fame nel mondo negli anni Ottanta.

In quel momento storico il Partito radicale era fortemente impegnato per ottenere una legge per aiuti umanitari e progetti in grado di salvare tre milioni di persone da morte certa in Africa, travolta da una grave carestia e siccità.

L’indifferenza verso questo progetto porta Pannella a fare una serie di considerazioni sulle guerre e i suoi massacri. Per Pannella il nazismo non è mai terminato anche se ha forme diverse da quello diffuso negli anni Trenta. Il nazismo attuale è “pacifico”; è un certo “ordine” internazionale, economico, politico, culturale: razzista e classista. Le sue vittime sono inermi, deboli, misere, disarmate, non necessariamente ostili, come sicuramente non lo furono gli ebrei negli anni Trenta Sono morti ammazzati silenziosi come quelli delle camere a gas. Un altro paragone con quella terribile realtà del secolo scorso è che, come allora, anche adesso, alla nuova forma di nazismo, le guerre sono necessarie per far andare avanti il sistema, perché forniscono ai suoi Stati e alle sue industrie profitti immensi.

Anche in questo caso il paragone forte tra due realtà periodicamente diverse aiuta a capire al meglio la drammaticità della cupa situazione in cui è immersa l’Umanità nella quale gli strumenti del sistema democratico, quando presenti, corrono sempre il rischio di essere travolti.

Nel 1979 Marco Pannella ebbe una polemica molto forte con il Partito Comunista Italiano. Il tema era l’attentato di Via Rasella del 23 marzo 1944, quando nel cuore della vecchia Roma allora occupata dai tedeschi, un gruppo di partigiani fece saltare una carica di esplosivo e falcidiava una colonna di SS altoatesine.

L’attentato scatenò la rappresaglia dei tedeschi, che si abbatté su 335 detenuti politici e comuni nel carcere di Regina Coeli, massacrati a raffiche di mitragliatrice nelle cave abbandonate lungo la Via Ardeatina.

Nel corso del Ventunesimo Congresso del Partito radicale di fine marzo 1979, Marco Pannella riprese quel tema e si domanda: l’episodio era, o no, un atto di terrorismo, un atto di violenza, inevitabilmente origine del terrorismo e della violenza degli anni Settanta, cioè trent’anni dopo quei fatti?

Secondo il leader radicale se il terrorismo va denunciato e colpito, bisognava denunciare, come corresponsabile, l’intera storia della violenza di sinistra.

Se le Brigate Rosse molto attive negli anni Settanta erano colpevoli, l’azione di Via Rasella configurava anche essa una forma di violenza politica da condannare.

Pannella parlava da nonviolento in un contesto in cui le ferite aperte derivanti dalle diverse posizioni assunte dai Radicali rispetto al PCI sul caso Moro, lo statista democristiano rapito ed ucciso dalle Brigate Rosse, nel 1978, erano ancora profonde.

Quelle posizioni collocavano da un lato il PCI nell’area della cosiddetta fermezza mentre il Partito Radicale (e, con altri accenti e sfumature, il Partito socialista italiano) sceglieva una linea di apertura e di dialogo che consentisse di esperire ogni via utile al salvataggio dello statista.

La provocazione di Pannella su Via Rasella doveva servire per porre la questione della lotta e degli strumenti della nonviolenza di fronte alla guerra e, in particolare, a quella partigiana. Di fatto però Pannella fu scomunicato dal PCI.

Nel pieno della polemica Giorgio Amendola e Luciano Lama, due importanti dirigenti comunisti, definirono il suo discorso “fascista” e ignominioso.

Il dibattito fu così intenso che due dirigenti radicali – Angiolo Bandinelli e Valter Vecellio – raccolsero in un libro “Una inutile strage?” edito da Pironti, oltre alle trascrizioni degli interventi congressuali di Marco Pannella, le opinioni, molto diverse tra loro, di coloro che intervennero nel dibattito su Via Rasella, la violenza e il terrorismo.

Si trattò di una operazione editoriale di ampia riflessione che attualmente sarebbe impensabile perché come accennato prima, viviamo in un periodo in cui tutto passa velocemente secondo le convenienze politiche del momento.

Pannella ebbe il merito con quella dura polemica di rendere giudicabile un episodio che fino a quel momento era stato dichiarato ingiudicabile. Certo, un giudizio di parte, quello di Pannella, ma le reazioni che ci furono all’epoca furono brucianti, segno di una chiusura molto forte al tema.

Le ferite su quell’episodio della Resistenza romana furono riaperte in occasione dell’apertura di una inchiesta della magistratura nel giugno 1997 con un ampio corollario di polemiche.

A seguito di quell’inchiesta, l’anno successivo, il Giudice per le indagini preliminari Maurizio Pacioni archiviò l’indagine aperta contro i tre principali partigiani accusati di aver compiuto l’attentato perché il fatto cadeva sotto un decreto del 1944 che amnistiava tutti i reati compiuti nella guerra di liberazione.(3)

Per riassumere, i temi che stanno dietro l’uso democratico della storia operato da Marco Pannella sono il rischio costante della perdita della memoria collettiva, la preoccupazione per la riscrittura della storia al fine di cancellare personaggi e organizzazioni collettive scomodi, alternativi al potere consolidato e sostanzialmente discriminati.

Corollario di questa attenzione è una sensibilità verso la conservazione degli archivi come luogo della produzione documentaria dell’attività quotidiana radicale.

Questa sensibilità all’inizio degli anni Sessanta non era particolarmente sentita da parte dei dirigenti del partito perché era ancora diffusa l’estraneità al fatto di avere una responsabilità sociale e il disinteresse a lasciare traccia del proprio lavoro politico.

Solo dalla metà di quel decennio le riunioni vennero verbalizzate con un sistema di registrazione audio.

In generale la verbalizzazione delle sedute ─ importanti fonti per lo studio della storia ─ serve per un riscontro della veridicità degli interventi pronunciati e per l’utilizzo immediato per attività politica.

Da quella esperienza di verbalizzazione orale nasce dopo anni la consapevolezza della valorizzazione dell’archivio di Radio Radicale con l’impegno di registrare e trasmettere tutti i congressi di tutti i partiti senza alcuna mediazione. In questo modo si è adempiuto al compito di un recupero della memoria collettiva, patrimonio culturale del Paese.

In un intervento ad un convegno sugli archivi politici che si svolse a Trento il 22 febbraio 1991 organizzato dalla compianta Gabriella Fanello, direttore dell’archivio di Radio Radicale, Marco Pannella disse con orgoglio che la trasmissione dei congressi di tutti i partiti avrebbe svolto un ruolo di supplenza al vuoto di informazione interna al sistema politico consentendo ai militanti ed iscritti di informarsi sull’attività della propria organizzazione.

L’impulso dato da Pannella per spingere verso la conservazione degli archivi cartacei radicali è stato grande.

Pur nella costante penuria di mezzi finanziari e grazie alle ore ed ore passate da Gabriella Fanello e da altri – non sempre in ottimali situazioni logistiche – a riordinare l’archivio, ora molto materiale è conservato in buone condizioni nella sede di Torre Argentina.

Le indicazioni di alcuni fondi archivistici sono disponibili in rete – in particolare dei parlamentari europei radicali – ma l’ampia documentazione conservata dagli anni Sessanta in poi ha ancora bisogno di una ulteriore valorizzazione.

Gli archivi sono fondamentali per la comprensione della storia e della cultura di un paese e per il funzionamento democratico della società.

Anche da questo punto di vista Marco Pannella ci ha lasciato una strada da seguire.

Per parafrasare quanto scrisse lo stesso Pannella in occasione della morte di Leonardo Sciascia, la sua perdita ci lascia un uomo d’altri tempi, speriamo futuri.

Le sue provocazioni sulla puntale ricerca e dibattito sul passato fatte con rigore e con vigore sono il segno di impareggiabile cultura e maestria.

Una lezione per tutti noi.

 

(1) Per la parte generale della comunicazione rimando al libro di Stefano Pivato, Vuoti di memoria. Usi e abusi della storia nella vita pubblica italiana, edizioni Laterza, Bari, 2007, uno dei pochi lavori analitici che affrontano il tema dell’uso politico della storia soprattutto negli anni Novanta. Citato anche l’articolo Angela Pellicciari, Garibaldi? Un romantico negriero, “La Padania”, 17 ottobre 2001 citato nel libro di Pivato. Per la parte riguardante Marco Pannella; in merito alla polemica su Via Rasella ho fatto riferimento al libro Angiolo Bandinelli e Valter Vecelio (a cura di) Una inutile strage? Pironti editore, Napoli,1982 trascritto in http://old.radicali.it/. Questo sito è stato consultato anche per i riferimenti al nazismo e ai fratelli Rosselli. Altra documentazione consultata: Via Rasella fu una strage ma per liberare l’Italia, La Repubblica, 16 aprile 1998. Diego Galli, Pannella. La vita e l’eredità, Castelvecchi, Roma, 2016; Giovanna Giubbini, Benedetto Marcucci (a cura di) La memoria della politica. Atti di due convegni sugli archivi storici dei partiti politici (Trento 1991, Roma 1992), Archivio radicale in collaborazione con Stampa Alternativa Roma, 1993; Marco Pannella, Con Leonardo, tratto da «Notizie Radicali», 20 novembre 1989, n. 253 in Andrea Maori, Leonardo Sciascia elogio dell’eresia. L’impegno fuori e dentro il Parlamento per i diritti civili, per una giustizia giusta (1979-1989), Edizioni La Vita Felice, Milano, 1995.

(2) Angela Pellicciari, Garibaldi? Un romantico negriero, “La Padania”, 17 ottobre 2001.

(3) Via Rasella fu una strage ma per liberare l’Italia, La Repubblica, 16 aprile 1998.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

#LibertàTerapeutica
#SostieniciNelTempo
#RadicalCannabisClub
#EroStraniero
#Parliamone!
#EuropeFirst

Mettiti in contatto con noi

 
Avendo letto l'informativa sul trattamento dei dati personali

Iscriviti alla nostra Newsletter

Ricevi aggiornamenti su campagne, iniziative, eventi

DIFFONDI LA CAMPAGNA