Marco, sempre in/contro

di Francesco Pullia

Una calda domenica d’autunno, si tornava da una manifestazione svoltasi ad Assisi. C’era il treno per Roma da prendere alla stazione di Santa Maria degli Angeli. Non c’era molto tempo da perdere. Mauro Fonzo guidava, Marco stava sul sedile accanto. Io e Matteo dietro. Poco dopo la partenza, accendendosi un sigaro, Marco chiese se avesse potuto abbassare il finestrino, se ci avesse arrecato fastidio. Nessuno fiatò e lui si sentì, dunque, legittimato a far scendere rapidamente il vetro. Fummo subito investiti da una raffica ventosa e lui, anziché premere il pulsante per arrestarla, si espose beatamente alle sferzate che arrivavano dalla sua direzione, assestando l’intero busto al centro della corrente. Le folate gli scompigliavano la bianca chioma. Nuvole di fumo si stampavano sui nostri visi. “Adoro”, disse, “trovarmi con il vento contro. Non potete immaginare quanto mi piaccia”. Nonostante la naturalezza dell’affermazione, non mi risultò difficile scorgervi una metafora. Marco ci aveva, in altri termini, affidato l’epigrafe di una vita, della sua vita condotta, come dire?, à rebours. Ricordo d’averlo sentito pronunciare qualcosa del genere già altre volte. In una marcia, ad esempio, alla fine degli anni Settanta, quando, in pieno sciopero della fame, non solo non si sottrasse alla corrente e alle possibili ripercussioni che avrebbe potuto comportare in un fisico provato ma, anzi, le andava in/contro, cioè contro, esponendosi a stilettate infuocate in un giorno assolato di settembre. “Mi fanno bene, aiutano le ossa. Ne ho bisogno”. E procedeva con passo sicuro, con un’andatura presente sì ma che pareva come sospinta da un moto ulteriore. Marco era così. Procedeva per traiettorie sfuggenti alle usuali leggi gravitazionali e mai sperimentate. Un enigma alieno? Forse. Chissà. Ad Orvieto, durante un comizio, cominciò a piovere a dirotto. Sul palco, ci ritrovammo in un baleno completamente fradici. Marco imperterrito continuò a parlare come se non stesse accadendo niente. Arrivò addirittura, posso giurarlo con altri testimoni, ad accendersi una sigaretta sotto gli scrosci abbandonanti. Piero Dorazio gli si avvicinò con l’ombrello con l’intenzione di ripararlo. Si ritrovò inzuppato mentre Marco, come incapsulato in un’aura protettiva, volava a ritroso sulle lezioni di violino a casa del prof. Righetti, con cui scambiava in francese impressioni politiche sul regime, su Adria, compagna di giochi, di famiglia ebraica, improvvisamente sparita a causa delle leggi razziali fasciste, sulla sua formazione liberale, sulla nonviolenza. Poi, cessata la foga oratoria, si girò verso di noi tra l’incredulo e lo stupito. Perché lo guardavamo in quel modo? Perché eravamo così bagnati dalla testa ai piedi? Era come se fosse sceso da un’astronave tra noi mortali. Si passò le grandi mani tra i capelli, si accese un sigaro mentre la pioggia, a poco a poco, smarriva intensità fino a svanire. Era scesa la sera, s’erano accesi i lampioni nella piazza. E lui, Marco, stava ancora lì, a conversare per strada con i passanti che, senza distinzione di età, gli tributavano affetto. Come ricaricato da ogni occasione di conversazione, prestava ascolto a ogni storia, pronto a infondere, con l’insistenza del persuaso, un barlume di luce a chi, da terrestre, si sentiva accerchiato dalla rassegnazione. Nel vuoto c’è il segreto del pieno. Nella debolezza si cela l’arma migliore per vincere. Lui, un alieno di nome Marco, ne era convinto e non ha smesso un solo istante di comunicarcelo.

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