Il mio ricordo del Signor Hood

di Demetrio Bacaro.

Era il 2 novembre 2008 e si era appena concluso il VII Congresso di Radicali Italiani, come spesso in quegli anni tenutosi a Chianciano. Ognuno si preparava a tornare verso la propria città quando mi si avvicina Antonio e mi dice: “ma tu vai a casa in macchina? Perché Marco (tra di noi c’erano e vi sono molti con quel nome, ma “Marco” per definizione era solo lui, Pannella) non ha passaggi e non sa come tornare a Roma..”.

Cominciò così, grazie ad un compagno toscano con il quale eravamo all’assise grazie alla sua macchina, forse il viaggio più intenso e straordinario della mia vita, durante la quale peraltro i viaggi di tutti i tipi, anche molto lontano, non sono mai mancati.
Marco era raggiante, il Congresso (devo dire come quasi sempre) si era concluso secondo le sue speranze e nella 4 giorni appena terminata ci aveva sedotto e suggestionato ancora una volta, con il magnetismo della sua persona e l’eloquio fluente e convincente, che partiva sempre da un punto a distanza siderale dal nocciolo del suo ragionamento, al quale ti portava con un percorso che alla fine non potevi non condividere.

I primi chilometri del viaggio, con noi c’era anche Matteo Angioli, furono caratterizzati da alcune telefonate “istituzionali” (ricordo senz’altro a Emma Bonino e a Romano Prodi da qualche mese “ex” Ministro e Premier). A me pareva di essere non in una macchina ma in una “stanza del potere” e Marco parlava al telefono in libertà, senza allusioni e ci lasciava condividere in un ascolto forzato dall’ambiente ristretto formulazioni, idee, proposte e contrarietà.

Dopodichè, avuto il permesso di “fumare almeno un sigaro” in auto (una volta arrivati erano diventati 3) si aprì ad un dialogo con noi basato su una spontaneità ed immediatezza, che sembrava derivare da una conoscenza e frequentazione antica. Con calore umano si interessò alle vicende personali, soprattutto del compagno livornese e mie, commentandole e interloquendo come se in quel momento gli importasse solo di quello.

Stimolato dalla nostra curiosità e dal nostro entusiasmo per la gioia di condividere con il nostro mentore politico momenti umani così intensi, si lasciò andare a rievocazioni della sua infanzia e giovinezza, con particolari descrittivi mai banali, sempre utili ad inquadrare luoghi e persone.

In quel viaggio, che si concluse con un “piatto di pasta” (diventato poi abbondante cena) nella trattoria sotto la sua abitazione di Via della Panetteria, non si parlò molto di politica radicale; né credo ci sarebbe stata almeno da parte mia una capacità di interlocuzione adeguata, ma la sua cultura profondissima ci consentì di spaziare dal cinema allo sport, alle situazioni geopolitiche, ai ricordi di Roma che fu e molto altro.

Ricordo con vividezza la profondità del suo sguardo, fisso, che seppur indagatore era ammantato di “ascolto” e rispetto. Occhi azzurri vivaci e atteggiamento del viso sempre enigmatico, a metà fra l’ironico e l’interessato, consapevole sempre di avere la capacità di intuire dell’altro la profondità dell’animo.

Ebbi la netta sensazione di aver creato un legame (un compagno disincantato molti anni dopo mi avrebbe rivelato che secondo lui Marco faceva sempre questo effetto e lo sfruttava) e per giorni conservai gelosamente quelle ore senza riuscire a condividerne l’intensità e la forza senza commuovermi. Da allora in poi lo guardai con occhi diversi, come un “amico” di quelli che conosci per poco tempo e ti sembra di averci condiviso una vita.

Per un periodo ci scambiammo degli sms nei momenti diciamo topici di alcune nostre assemblee e qualche volta mi dimostrò con parole ed azioni di condividere i miei punti di vista.

Questa abitudine cessò per un po’ durante un mio allontanamento temporaneo, ma riprese all’improvviso una sera che mi chiamò mentre ero a casa esordendo: “Aoh pensavo che non me volevi rispondere? Sei sempre il solito minchione” e chiedendomi un aiuto su una piccolissima cosa pratica, terminò la telefonata con una frase che ricordo ancora: “…perché anche se non ci frequentiamo io so sempre che la pensiamo uguale…(voce incrinata)..e quando serve so che ci sei..”. Detto ad uno come me che ero l’ultimissima ruota di un carro (già allora traballante) era magari come dice quel compagno un modo per captare benevolenza, ma a me fece un piacere immenso.

Negli anni successivi, che ci portarono ad incrociare spesso gli sguardi, nella condivisione e nella contrarietà anche di certe nostre posizioni, ogni volta, ogni volta, tutte le volte che accadeva riscoccava lo scintillio nello sguardo di quella sera a cena e anche da lontano mi apostrofava con gli occhi quasi beffardo come a dire “tanto vinco io come sempre” e io sentivo che gli volevo bene come ad un secondo padre, per questo lo amavo e lo rispettavo, detestando a volte quelli che secondo me lo utilizzavano.

Del Signor Hood porto nell’agire politico la sua immensa eredità di 6o anni di attività; nel mio cuore la sua umanità e la fortuna di averlo avuto tutto per me per alcune ore.

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