Pannella. Pazzo di libertà!

di Alessandro Massari – scritto il 20 maggio 2016, poco dopo la morte di Marco Pannella

Nel 1951, dalle colonne de “Il Mondo”, Mario Ferrara indicava una necessità, un “bisogno di un matto, di un matto da cima a fondo, un matto, come diceva Léon Daudet, perpendicolare.”

Quel matto era già nato, il 2 maggio del 1930. Era Giacinto, detto Marco Pannella. Un orso marsicano, come amava definirsi, perché nato in Abruzzo, tenace sino allo sfinimento e curioso di tutto sin da giovanissimo.

Sin dai tempi universitari svolse una intensa attività politica che portò una ventata di aria fresca nella società. Erano anni in cui si formavano assieme leader come Pannella, Berlinguer, Craxi, e tanti altri. Risale ai tempi dell’università la ricerca sistematica di alleanze.

Era pronto ad allearsi con chiunque pur di ottenere un obiettivo puntuale e condiviso. Erano gli anni in cui alla “alleanza delle forze laiche”, contrapponeva la politica della “alleanza laica delle forze”. Coerentemente, nel 1959, scrisse una lettera aperta a Togliatti per proporre al PCI un’alleanza coi partiti laici e interrompere lo strapotere della DC di quegli anni. Non se ne fece nulla poiché il compromesso storico era già sorto con la costituzionalizzazione dei patti lateranensi e non si voleva anticipare di un cinquantennio l’evoluzione dello scenario politico. Anche i laici non la presero bene. “Pannella, il matto”.

Genio e sregolatezza, mentre la società cambiava. Fu così che nei primi anni sessanta divenne la guida del Partito Radicale, con il rispetto del diritto come bussola, inteso anche come diritto nuovo, da conquistare. L’Italia che aveva conosciuto il boom economico, aveva molti più mezzi di un tempo ma non più diritti, soprattutto quelli civili, fermi ancora alla legislazione fascista.

Che fece Pannella di fronte a un blocco di potere incapace di leggere i bisogni della società? Fece il matto! Usò una particolare forma di azione politica, la nonviolenza, il satyagraha, la ricerca della verità. Riuscì anche nella legalizzazione di diritti ancora non garantiti, ricorrendo alla disobbedienza civile, autodenunciandosi e andando in prigione per far comprendere quanto anche la legge possa essere ingiusta.

La conquista del diritto al divorzio lo rese noto. Così entrò nel Palazzo, ma continuò a “camminare sui marciapiedi”, a stare tra la gente, per proseguire nella ricerca di nuovi diritti e libertà. L’aborto, l’obiezione di coscienza al servizio militare, l’antiproibizionismo, sino alla fame nel mondo, divennero temi dell’agenda politica. Comprese che molte questioni non potevano essere risolte negli angusti confini di uno stato. Dal traffico internazionale di stupefacenti, all’inquinamento atmosferico, ai fenomeni migratori legati a guerre o carestie. Alla fine degli anni ottanta l’ennesima pazzia: trasformò il partito, tra dissensi e discordanze, in una associazione transnazionale che opera ancora oggi direttamente presso l’ONU.

Un uomo che ha portato la voce del Paese nei Palazzi, facendo poi il percorso inverso per far conoscere cosa accadeva nei Palazzi. Per arginare la sua sparuta compagnia si modificarono i regolamenti parlamentari, si contingentò il tempo di parola per impedire discorsi interminabili dal chiaro intento ostruzionistico, ma nel pieno rispetto delle regole. Pazzo di libertà, approfittò della liberalizzazione delle frequenze radio. Fece collegare radio aula ad un telefono e trasmise dai microfoni di Radio Radicale le sedute. Aveva conquistato la trasparenza delle istituzioni

Alla fine della prima Repubblica, dopo decenni di lotta alla partitocrazia, tutti si sarebbe attesi che avrebbe finalmente avuto il riconoscimento meritato. Invece questo matto che fa? Si schiera dalla parte dei parlamentari, messi sotto accusa senza andare troppo per il sottile da una magistratura che riempiva un vuoto politico. Solo un uomo delle istituzioni poteva organizzare tutto questo. Liberale sino al midollo, vedeva nella disgregazione di quei partiti, nella fine del potere delle oligarchie illiberali, la libertà dei parlamentari di svolgere, sul serio, il proprio mandato senza vincoli.

Proseguì sempre nella pazzesca ricerca della libertà. Dopo aver proposto al PCI ormai decotto la costituzione di un partito democratico che rappresentasse l’attualizzazione dell’alleanza laiche delle forze, comprese quelle di matrice azionista e liberalsocialista, alleanza mai voluta da un partito che stava mutando nome ma non avversari, aprì a Berlusconi le porte dei Palazzi. Suscitando uno scandalo di cui ancora sentiamo l’eco.

Nel frattempo la politica non riusciva a trovare un accordo sul nome del nuovo presidente della Repubblica. Così, mentre assassinavano Falcone e Borsellino, fu l’artefice dell’elezione di Scalfaro, presidente della Camera. Aveva avuto un merito particolare ai suoi occhi.

Durante lo scandalo della ricostruzione dell’Irpinia dichiarò, dai banchi del Parlamento, riferendosi al potentissimo De Mita, che avrebbe seguito solo la propria coscienza nel votare, rispettando le istituzioni, non igli ordini del proprio partito. Poi, come un pazzo, non appena Scalfaro superò le proprie prerogative Costituzionali, ne chiese l’incriminazione.

Con Berlusconi durò poco e nel 1996 si presentò alle elezioni con la lista Pannella Sgarbi, senza Sgarbi e senza alleanza con Berlusconi.

Furono anni difficili, di traversata nel deserto, per ricostituire un capitale di fiducia svanito in un lampo. Troppo liberista per la sinistra, troppo libertario per la destra, troppo liberale per tutti. Intanto si appassionava a internet che fu portato in Italia dai radicali grazie al primo provider, Agorà telematica, intuendone sin dal principio le potenzialità politiche.

Affannato da mille passioni, ebbe un malore che lo allontanò dalla scena politica per qualche tempo. Ma tornò, e appena tornato cosa fece?

L’ennesima pazzia! Vendette i gioielli di famiglia e li investì in spot politici. Ne nacque la campagna “Emma for President”, instillando il dubbio che il Presidente della Repubblica potesse essere scelto in modo trasparente, con candidati noti, senza manovre di Palazzo. Fu rieletto nel 1999 nel Parlamento europeo, e in piena euforia comunitaria ci ammoniva per tempo del rischio di un ritorno agli egoismi nazionalisti. Aveva visto bene.

Si accorse che la Guerra contro l’Iraq era evitabile e propose le dimissioni di Saddam in cambio del suo esilio, e pace per il Paese. Fu considerata l’ennesima pazzia, eppure oggi Blair è indagato dal Parlamento inglese per aver condotto una guerra illegale, fondata su menzogne e una considerazione internazionale degli USA come stato molto meno democratico di un tempo.

Da anni ignorato dai mezzi di informazione, ha continuato a elaborare proposte e rinnovare antiche convinzioni. Dalla vicenda della guerra irachena ha tratto l’ispirazione per proporre una lucida follia. Con il mondo in totale confusione e impaurito dal pericolo terroristico, ha proposto la conquista di un nuovo diritto umano all’ONU. Il diritto alla conoscenza. Ancora una volta la conoscenza einaudiana come strumento di tutela e garanzia per chiunque.

Tutta una vita trascorsa a dialogare con tutti, fumare sigarette senza filtro o toscanelli, nel corso di interminabili riunioni dove respirare era difficile. Un uomo che ha trascorso Pasqua, Natale, ferragosto, sempre vicino agli ultimi. Di solito una prigione, ma anche al fianco dei popoli oppressi, o di comunità cristiane perseguitate. L’amicizia sincera col Dalai Lama lo testimonia, ma anche rapporti amichevoli con gli ultimi tre papi ne hanno fatto emergere non solo la convinzione anticlericale ma anche la sintonia con i religiosi. Non era antireligioso, era contro l’ipocrisia neopagana di una istituzione composta anche di uomini dediti, soprattutto, all’accumulo di ricchezze e potere.

Capace di trascorre notte e giorno nella sede del Partito, per scrivere testi politici, consumando ore alla ricerca dell’aggettivo, o del simbolo, appropriato. Duro sino all’eccesso innanzi al talento sprecato. Convinto che la storia non facesse salti, al contrario della politica, è stato uno dei più abili saltatori della politica, prevedendo l’imprevedibile.

Amava solo le sfide difficili, puntando sempre tutto sulla soluzione più complessa, quella possibile, lasciando a tutti gli altri quella più facile, quella probabile. Non credeva fosse possibile trasferire meccanicamente da una organizzazione all’altra capacità e saperi. Troppo importante l’uomo, il singolo uomo, per mantenere invariato il risultato al variare dell’attore. Eppure sperava. Era convinto che il pensiero potesse riemergere anche dopo lunghi periodi di oblio, come un fiume carsico. Un uomo vicino agli ultimi, agli omosessuali, ai migranti, ai detenuti. Parlava, parlava, ma sapeva ascoltare. Aveva una sua particolare modalità di elaborazione del pensiero politico. L’intellettuale collettivo, inteso non certo nel senso gramsciano. Organizzava seminari durante i fine settimana, con molti persone intorno ad un tavolo per dialogare notte e giorno. Dopo aver ascoltato le cose più disparate, riuniva i tanti fili tirati e li tesseva assieme proponendo soluzioni nuove. Si nutriva del pensiero altrui per poi donare a tutti il pensiero proprio.

Farci una passeggiata assieme o un viaggio in auto era stupefacente. Carismatico e disponibile con tutti era sempre circondato di giovani e anziani, uomini e donne, inspiegabilmente conosciuto nonostante la latitanza da quasi tutti i mezzi di comunicazione. Quasi sempre arrivava qualcuno con l’ennesima esortazione: “legalizzala Marco”. Immutabile la risposta: “io lo faccio tutti i giorni, ma tu che fai, mica posso fare tutto io, vieni al partito e legalizziamola insieme”.

L’hai legalizzata Marco, l’Italia, un poco alla volta per oltre settanta anni. Pazzo di libertà, hai lasciato un segno che riemergerà, come da un fiume carsico, ogni volta che sarà necessario. Hai creduto nel popolo, nella sua naturale intelligenza, nella sua onestà. Anche chi non ne ha il coraggio sa bene che abbiamo una missione in questa vita imprevedibile, fare quel che è doveroso perché possa accadere il possibile, abbandonando il comodo, banale probabile.

Hai fatto in tempo a gioire per la conquista dell’ultimo diritto civile, convinto che un omosessuale non dovesse parodiare con il matrimonio le coppie eterosessuali, forte delle differenze e non delle omologazioni. Per la vita del diritto e il diritto alla vita.

Con dignità, libero dal dolore, come sempre gentile, tu che ben pochi ringraziamenti ufficiali hai ricevuto, ci hai lasciati con un semplice, umanissimo, umile grazie.

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