Pronto, sono Laura, in che modo posso aiutarla?». Una frase che abbiamo sentito tutti mille volte, senza mai domandarci chi fosse dall'altra parte del filo, concentrati sulla nostra richiesta o protesta. Dall'altra parte c'è una persona che quasi certamente non si chiama Laura e sa di noi qualcosa di più. Sul suo computer, mentre ci parla, compare la categoria di consumatori nella quale siamo schedati a partire dalla bolletta del telefono: copper, silver o gold (in lingua madre: rame, argento, oro). Il «copper» è un cliente povero che di solito pianta una grana per pochi spiccioli. Il «silver» è uno di media possibilità, merita più attenzione. Il «gold» è un fior di cliente e viene trasferito all'istante a un operatore specializzato, uno che indossa pure la cravatta o il tailleur, anche se non lo vediamo. La voce cambia: «Pronto, sono Fausto, in che modo posso aiutarla?». Ino gni caso Fausto, Laura, Mario, Francesca e gli altri duecentocinquanta mila precari dei call center italiani sono tutti «copper». Se la telefonata dura meno di venti secondi non prende un centesimo: volontariato. Dai venti secondi ai due minuti e quaranta guadagnano un massimo di 85 centesimi. Mezzora ,un'ora, due: sempre 85 centesimi. C'è chi in una giornata guadagna solo un euro. Il salario medio è di 500 euro al mese, sotto la soglia di povertà censita dall'Istat. In teoria si tratta di un lavoro autonomo, «a progetto», dove è il lavoratore a scegliere, secondo la legge 30, detta impropriamente «legge Biagi». Nella pratica il precariato si traduce in una forma di nuovo schiavismo in cui le persone lavorano sei ore al giorno per sei giorni alla settimana tutto l'anno, senza diritto a un giorno retribuito di ferie malattia o maternità.
Queste e altre storie si apprendono dalla visione di Parole Sante, il film documentario di Ascanio Celestini, prodotto da Domenico Procacci per Fandango, che sarà presentato alla Festa venerdì 26 (Sala Petrassi alle 21.30). È un'opera che andrebbe proiettata nelle università, dove cresce la seconda generazione di precari, come anche in Parlamento, nelle associazioni industriali, nei sindacati e nelle redazioni. Insomma in tutti i luoghi dove da anni infuria un dibattito ideologico sulla «flessibilità del lavoro» senza che quasi nessuno dei protagonisti conosca davvero la realtà sulla quale teorizza o peggio decide.
Celestini ha fatto la cosa giusta. Ha preso i ferri del mestiere, una telecamera e uno strepitoso talento di narratore, ed è andato a vedere che cosa succede nel primo call center d'Italia, ottavo del mondo, l'Atesia del gruppo Almaviva, 13 mila lavoratori e pochissimi dipendenti, utili da record, salari da fame. Soltanto nella sede di Cinecittà a Roma, anonima e gigantesca come un centro commerciale, lavorano quattromila persone, protagoniste di una delle più straordinarie lotte di lavoratori degli ultimi anni.
Celestini ha un suo stile limpido e leggero, sospeso fra ironia, garbo, empatia, assai lontano dalla moda «alla Michael Moore», che consiste nell'inquadrare dal primo minuto all'ultimo il celebre Robin Hood impegnato nella difesa degli umili. Celestini al contrario si mette da parte, si scusa di «fare una cosa un po' moscia, senza urla né lacrime né violenze» e lascia parlare gli operatori del call center. Finalmente possiamo guardarli in faccia. Hanno belle facce pulite di tutte le età,ma soprattutto di giovani, intelligenti, simpatici, istruiti. Studenti che hanno cominciato al call center pensando che fosse l'anticamera del mondo del lavoro e in quel limbo stanno perdendo anni di vita. Raccontano storie terribili di sfruttamento, mobbing e assenza di diritti, ma con il sorriso sulle labbra, il gusto del paradosso, la serenità di chi chiede soltanto il rispetto che merita. I veri nomi sono Maurizio, Cecilia, Andrea, Salvatore, Alessandra, Emanuela, Christian, Mara.
Con i veri nomi e le loro facce Maurizio e gli altri hanno fondato un collettivo di precari in un'azienda dove il sindacato era bandito, come la stessa parola «sciopero», sostituita con «break collettivo». Il programma del collettivo? Quattro punti, sei parole in tutto: «Sapere, far sapere, saper fare, fare». L'hanno rispettato. Hanno denunciato l'Atesia, organizzato assemblee, portato il novanta per cento dei lavoratori a uno sciopero («break collettivo»). Una battaglia sindacale d'altri tempi. Per questo, come in altri tempi, sono stati licenziati. Nel gergo del ramo: «Sono stati sottoposti a regime di non rinnovo del contratto». Licenziati, appunto.
Nel frattempo il rapporto degli ispettori del lavoro ha dato ragione ai comitati autonomi su tutta la linea, ha elencato un'infinita serie di irregolarità dell'Atesia e ha chiesto all'azienda l'immediata assunzione con contratto a tempo indeterminato di 3200 precari, il risarcimento del mancato guadagno, il versamento dei contributi arretrati e il pagamento delle multe previste dalle leggi dello Stato, compresa la Biagi. In una storia americana a questo punto i lavoratori si abbracciano, baciano gli avvocati del sindacato, i licenziati tornano al lavoro fra gli applausi, mentre i padroni cattivi vengono inchiodati dalle istituzione e dai media alle loro responsabilità. In Italia invece «è finita a tarallucci e vino», dicono Maurizio e gli altri. Un ampio schieramento politico e sindacale, guidato dal centrodestra, ma con ampie adesioni da parte del centrosinistra, ha preso le difese diatesi e criticato il rapporto degli ispettori del lavoro. «Un attacco ideologico alla legge Biagi» l'ha definito Daniele Capezzone dei radicali. Al contrario quasi tutte le violazioni scoperte dagli ispettori riguardavano proprio la legge 30 e le sue già limitate tutele. Una legge tanto sbandierata quanto poco applicata nei fatti. Molte aziende l'hanno semplicemente interpretata come un segnale di «via libera» allo sfruttamento selvaggio. Il sindacato ha ottenuto almeno l'assunzione di quasi tremila precari, ma a condizioni poco vantaggiose (550 euro al mese) e senza multe o arretrati a carico dell'azienda.
Parole Sante lascia le conclusioni allo spettatore. Nel finale scorre il bilancio della legge 30, dati Istat: i precari aumentano ogni anno e le loro possibilità di ottenere un lavoro indeterminato si riducono. I giovani italiani sono i più poveri d'Europa. Ai margini del mondo del lavoro italiano si stanno formando affollate e disperate banlieues destinate un giorno a prendere fuoco. I protagonisti della lotta all'Atesia intanto sono rimasti senza lavoro. In che modo possiamo aiutarli?