La protesta dei fisici dell’Università “La Sapienza” di Roma, per avere il Senato accademico e il Rettore invitato Benedetto XVI alla inaugurazione del nuovo anno, è a suo modo un segno dei tempi.
Prescindiamo dalla censura rivolta al Papa in merito al processo a Galileo. Chi conosce quella vicenda e il suo irraggiamento fino al caso odierno ne sorride, come di un ennesimo pretesto per fare alla storia del mondo macchina indietro. Quel che conta osservare è altro. Siamo stati abituati, quanti hanno vissuto da studenti e da professori dal secondo dopoguerra in poi, a considerare l’Università l’unico luogo della massima libertà di manifestazione del pensiero. Non nei partiti, nelle associazioni di tendenza, nelle amministrazioni pubbliche e private, dovunque omogeneità di fini e di interessi esigesse una disciplina limitativa del pluralismo delle convinzioni e delle opinioni. Solo nelle aule universitarie si poteva ascoltare di tutto, argomentando criticamente e stimolando obiezioni. Non vi trovavano durevole accoglienza asserzioni unilaterali, intolleranti, autoritarie.
Oggi, sembra, ma auspichiamo che sia soltanto una caricata e caricaturale parvenza, che nell’università abbiano diritto di pensiero e di parola solo quelli che condividono le stesse filosofie e visioni del mondo.
Un altro profilo è quello della buona educazione. Il galateo è un espediente per rendere umani rapporti che la reattività istintuale, abbandonata a impulsi non frenati, renderebbe sgradevoli e violenti. L’Italia ha un titolo di merito in questa civiltà delle buone maniere, che stiamo ogni giorno di più dimenticando. Un tempo le risposte rozze denotavano strati sociali inferiori. Oggi la mancanza di riguardo per la sensibilità dell’interlocutore caratterizza ogni appartenenza sociale, ivi compresa quella accademica, che più di ogni altra dovrebbe, per abito di riflessione e di colloquio, praticare urbanità di modi.
Va da sé che se si vuole protestare, si usino pure tutte le forme chiassose, spettacolari e mediatiche desiderate, ma si sconti allora il bilancio di deprecazioni di quanti quelle proteste non condividono. La pretesa di monopolio della protesta, quasi che ogni minoranza interpreti una intera comunità, è profondamente antidemocratica. La scienza, che in altri secoli ha promosso la libertà dell’intelligenza, si è messa sul piano inclinato dei pregiudizi, il primo dei quali si manifesta nella qualifica di “cervelli” riservata agli scienziati, quasi che il resto degli uomini fossero scervellati.
Il nodo, poi, di laicità e scienza è il medesimo di quello che si vorrebbe tra laicità e Stato. E per la proprietà transitiva che queste parole male intese hanno, avremo una scienza dello Stato laico. E allora staremo a vedere di quale libertà vivrà la scienza, con i suoi cervelli.
Ma stiamo facendo torto ai tanti scienziati che, non assolutizzando i loro circoscritti saperi, sono consapevoli della grandezza dell’universo pensato nel tempo dalla mente degli uomini. Ancora una volta si riaffaccia il tema delle due culture, che è una delle eredità dei conflitti novecenteschi. Se sapremo risolvere quel dualismo, può darsi che la scienza non indossi i paramenti della verità contro i “sortilegi” nella religione, e che la religione sia riconosciuta come un dominio dell’azione storica, di cui gli essere umani non appaiono volersi privare.
Il vittimismo dei fisici romani potrebbe eccitare il vittimismo dei cattolici. Né l’uno, né l’altro gioverebbe alla dignità de “La Sapienza”.