Si può pensare che perfino chi non firma i trattati sia chiamato a farli rispettare? No, ma all’Onu accade
Pubblichiamo un capitolo del libro “Contro l’Onu – Il fallimento delle Nazioni Unite e la formidabile idea di un’alleanza tra le democrazie” (Lindau) scritto da Christian Rocca, giornalista del Foglio, e da oggi in libreria.
Cina, Cuba, Sudan, Siria, Arabia Saudita e Libia hanno in comune tre cose: sono feroci dittature, rifiutano il concetto di diritti umani e sono stati membri entusiasti della commissione dell’Onu sui diritti umani. La Libia nel 2003 ha addirittura presieduto i lavori, mentre nel 2002, cioè subito dopo l’11/9, gli Stati Uniti sono stati esclusi dalla commissione per effetto della strana alleanza tra le dittature e quei paesi europei contrari alla politica di Bush. I regimi che torturano e reprimono e tengono in catene i propri sudditi non mancano mai dentro la commissione, anzi sono quelli che cercano più tenacemente di ottenere uno scranno a Ginevra. La metà di quei regimi che il rapporto annuale di Freedom House definisce “the worst of the worst”, “il peggio del peggio”, vuole entrare, ed entra, nella commissione. Il motivo è semplice: dall’interno è più facile evitare le critiche per non aver rispettato i diritti umani. Anche i saggi di Kofi Annan hanno riconosciuto che alcuni paesi entrano nella commissione “non per rafforzare i diritti umani, ma per proteggere se stessi contro le critiche oppure per criticare altri paesi”.
Le dittature si coalizzano e si danno una mano l’una con l’altra. Nell’estate del 2004, le dittature riunite si sono impegnate per togliere lo status di organizzazione non governativa accreditata all’Onu al Partito Radicale Transnazionale. I radicali di Marco Pannella ed Emma Bonino erano colpevoli di aver fatto parlare il rappresentante dei cristiani vietnamiti Montagnard, popolo da anni perseguitato dal regime di Hanoi. Il Vietnam, dittatura comunista, ha proposto l’espulsione dei radicali e ha raccolto l’adesione dei regimi tirannici più l’India. I radicali si sono salvati per un soffio. Stessa cosa era successa qualche anno prima, quando avevano dato voce ai ceceni e dovettero difendersi dalla furia dei russi. Nel 2004, 13 Stati della commissione sul totale di 53 erano definiti “repressivi” o “non liberi” da Freedom House. Reporters senza frontiere ha fatto notare come quasi metà degli Stati membri non abbia nemmeno ratificato i trattati sui diritti umani che, in teoria, dovrebbero far rispettare.
L’America ha quasi sempre messo la promozione dei diritti umani al centro della sua politica estera. La commissione infatti è stata voluta da Washington. I lavori preparatori furono guidati da Eleanor Roosevelt. Gli altri paesi permisero questa bizzarria americana perché non erano interessati al tema, ma anche perché non rischiavano niente visto che i poteri concessi erano pressoché nulli. La commissione non può sanzionare gli Stati che violano i diritti, né compensare le vittime. La commissione può solo ascoltare la denuncia degli abusi. “Questo non vuol dire che la commissione sui diritti umani non serva a niente – ha scritto Joshua Muravchik – ma nel suo essere senza potere e nel suo atteggiarsi ad autorità morale è il perfetto microcosmo delle Nazioni Unite”.
Muravchik spiega che le risoluzioni adottate dalla commissione sui diritti umani sono di tre tipi. Le risoluzioni del primo tipo sono astratte e retoriche, solenni e di principio. Non costano niente, così sono votate a grandissima maggioranza. Poi ci sono le risoluzioni che criticano i paesi colpevoli di non rispettare i diritti umani. Quasi mai le critiche riguardano la condotta dei paesi presenti in commissione, non importa quanto siano brutali. Né la Cina né l’Arabia Saudita sono mai stati criticati per aver violato i diritti umani o soltanto i diritti delle donne. Solo Cuba, ogni tanto e in modo blando, riceve qualche scappellotto, ma sempre dopo che la commissione ha riconosciuto il contesto internazionale avverso in cui si trova il dittatore Fidel Castro. In parole povere: solo dopo aver ribadito che se Castro tortura e uccide gli oppositori la colpa è degli americani, cioè del paese che ha fondato la commissione e che si batte per la promozione dei diritti umani. Le risoluzioni del terzo tipo sono contro Israele. Hillary Clinton, in un articolo pubblicato dal Corriere della Sera, le ha definite “insensate e scandalose”.
In assenza degli Stati Uniti
La commissione non ha adottato risoluzioni sul Tibet né sulla Cecenia, territori non sovrani sotto il dominio cinese e russo. Pechino e Mosca sono state aiutate dai paesi islamici, i quali per evitare critiche non hanno esitato a chiudere gli occhi di fronte al massacro degli islamici ceceni. Gli africani, invece, si sono dati da fare per evitare rimbrotti al presidente razzista dello Zimbabwe, Robert Mugabe. In assenza degli Stati Uniti, nel 2002 la commissione ha discusso di come la risposta anglo-americana al terrorismo avesse creato nuove minacce ai diritti umani. All’Onu la colpa è sempre delle vittime, quasi mai di chi ha commesso le stragi. Tutto questo è successo solo pochi mesi dopo l’11/9, un anno prima dell’intervento in Iraq. Queste non sono soltanto posizioni dei paesi islamici più radicali, sono le posizioni ufficiali dei leader delle Nazioni Unite. Mary Robinson, allora alto commissario per i Diritti umani, mentre Ground Zero ancora odorava di morte, ha aperto i lavori della commissione denunciando la notevole “crescita dell’islamofobia e delle espressioni antiarabe e antisemite”. Invece che condannare i finanziamenti di Saddam ai kamikaze o il sostegno siriano agli Hezbollah o le politiche terroriste dell’Iran o la diffusione saudita del fondamentalismo, la commissione ha votato una risoluzione per intimare agli Stati impegnati nella “lotta contro il terrorismo” di non discriminare “sulla base della razza, del colore, o dell’origine etnica o nazionale”. Eppure per il gruppo delle nazioni islamiche la decisione non è stata sufficiente. La loro bozza prevedeva la segnalazione di un “allarme” non per il terrorismo, ma per “l’impatto dell’11 settembre sulle minoranze e sulle comunità islamiche”. Le dittature musulmane dentro la commissione hanno lamentato la “campagna di diffamazione” e l’errata percezione dell’Islam nel mondo occidentale: “Le discriminazioni contro esseri umani sulla base della religione costituiscono un affronto alla dignità umana”, hanno scritto nel documento. Joshua Muravchik spiega che tra i firmatari c’era la Siria, una nazione guidata da un dittatore che davanti al Papa ha detto che gli ebrei hanno cercato di “uccidere i principi di tutte le religioni con la stessa mentalità con cui hanno tradito Gesù Cristo”. Tra i firmatari c’era anche l’Arabia Saudita, il paese che non ha libertà di culto e che punisce con il carcere duro anche il semplice possesso di una Bibbia.
L’Arabia Saudita tra l’altro non ha nemmeno sottoscritto la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, emanata dall’Onu nel 1948. Il rifiuto è stato motivato ufficialmente con il disaccordo sulla parità dei diritti della donna e con il rifiuto della libertà di coscienza. Il 19 settembre 1981, nella sede dell’Unicef di Parigi, è iniziato il cammino di un’alternativa Dichiarazione islamica dei diritti umani, che si è concluso il 5 agosto 1990. Secondo la Dichiarazione islamica “tutti gli uomini sono sottomessi a Dio”. Laddove la Carta dell’Onu sostiene che “a ogni individuo spettano tutti i diritti e tutte le libertà”, la Carta islamica prevede che “tutti gli uomini sono uguali in termini di fondamentale dignità umana e fondamentali obblighi e responsabilità, senza alcuna discriminazione…”. Non solo è stata cancellata la parola “libertà” ma l’aggettivo “fondamentale”, come ha spiegato Carlo Panella sul Foglio, è stato introdotto per segnare le differenze di diritti, secondo la religione e il sesso, previste dalla sharia, cioè dalla legge islamica. Il diritto alla vita non è garantito, ha scritto Panella, perché la pena di morte è iscritta a chiare lettere nella solenne definizione dell’articolo 2 che prescrive: “E’ vietato sopprimere la vita umana, tranne che per una ragione prescritta dalla sharia”. La donna, secondo questo testo partorito con la benevolenza di un’agenzia dell’Onu, ha uguale dignità dell’uomo ma “ha diritti da godere e obblighi da adempiere”. E’ la legge islamica a definire questi obblighi, nell’ambito di un’inferiorità che obbliga la donna a sottostare alla “autorità tutoria dell’uomo”. La commissione invece non ha speso una parola a proposito del crescente antisemitismo europeo né sul fatto che due terzi dei gruppi terroristici si definiscono islamici né, infine, sulla costante negazione di ogni diritto umano, civile e politico in quegli stessi Stati che puntano il dito sulla “campagna di diffamazione” contro l’Islam.
In qualche occasione la commissione ha adempiuto il suo compito, che è quello di criticare le nazioni che violano i diritti umani. E’ successo a proposito di Timor Est, del Sudan, del Turkmenistan, del Kosovo, della Birmania. Ma è poca roba se paragonata alle quattro o otto risoluzioni annuali contro Israele e a quanto si annuncia per il 2005: a febbraio la commissione ha annunciato che un gruppo di lavoro ha iniziato a vagliare le violazioni dei diritti umani da prendere in considerazione nella sessione primaverile a Ginevra. Il gruppo di lavoro è formato da cinque paesi: Olanda, Ungheria, Cuba, Arabia Saudita e Zimbabwe. Tre paesi su cinque sono tra i più grandi violatori di diritti umani del mondo. E l’Arabia Saudita, come abbiamo visto, si è rifiutata di firmare la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo. Libera la dittatura saudita di fare come crede, ma vergogna all’Onu per averle affidato la tutela dei diritti umani nel mondo.
L’alternativa all’Onu sarebbe, come ormai chiede anche Annan, restringerne la partecipazione ai paesi democratici, a chi rispetta i diritti umani. In attesa di questa necessaria rivoluzione sarebbe quantomeno opportuno che le democrazie, che oggi costituiscono il 60 per cento dei paesi eletti, agissero insieme e di comune accordo, facendo “blocco democratico” contro i paesi violatori dei diritti umani. Ma non accade o accade di rado. Per molti paesi europei fare un favore alla Cina o all’Iran, in cambio di un’apertura economica o di un contratto remunerativo, val bene la violazione dei diritti umani.