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L’Asia Centrale calamita dei conflitti
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Islam, petrolio e povertà
• da La Stampa del 24 maggio 2005, pag. 1
Quietamente, quasi senza darlo a vedere, le forze militari del governo uzbeko hanno ripreso possesso della città di Karaasu e di una parte di territorio nella valle di Fergana da cui si erano ritirate l’altra settimana e dove era stata pronunciata la creazione di una repubblica islamica rivelatasi inesistente. La fiammata rivoluzionaria esplosa nella regione dieci giorni fa con i moti di Andijan seguiti dalla dura repressione del governo centrale sembra essersi spenta d’un tratto. Trentasei ambasciatori stranieri, invitati dal governo di Tashkent a visitare la zona, hanno percorso le strade di una città pressoché normale e sono tornati indietro. L’anziano Islam Karimov, il dispotico presidente dell’Uzbekistan dallo sguardo assente ma dal pugno di ferro, ha ripreso a governare il suo Paese afflitto da cronica povertà in cui si sono moltiplicate moschee e prigioni dove gli estremisti islamici vengono rinchiusi. Tutto in ordine, dunque? C’è da dubitarne.
Nell’ultimo anno e mezzo la periferia del defunto impero Sovietico ha visto proliferare rivoluzioni, per lo più incruente - in Ucraina, in Georgia, nel Khirghizistan - dovute all’ostilità popolare verso regimi autoritari, spesso corrotti, comunque incapaci di assicurare adeguate condizioni di sviluppo. La breve insurrezione uzbeka ha le stesse cause. Che a scatenarla sia stato il processo a degli uomini d’affari islamici che davano un impiego a numerosi abitanti di una zona povera e trascurata, lo dimostra.
Ma il problema non è solo di sviluppo e neppure solo di corruzione o di diritti umani. La valle di Fergana, dove Uzbekistan, Khirghizistan e Tagikistan si incontrano, simboleggia bene l’immenso problema di una immensa regione - l’Asia Centrale - destinata probabilmente e diventare un campo di battaglia globale. Vi sono qui, nel sottosuolo, circa duemila miliardi di barili di petrolio, quanto basta al consumo energetico di qualche decennio per l’intero pianeta. E’ inevitabile che i grandi consumatori di energia e le grandi multinazionali vi si confrontino. Ma la regione è soprattutto il confine tra due mondi, quello islamico e quello laico e cristiano. Un islamismo, quello dell’Asia centrale, che nelle sue forme indigene è mite e tollerante, ma sul quale si sono innestati movimenti estremisti come il Partito della Liberazione Islamica o il Miu, Movimenti Islamico dell’Uzbekistan, che si rifanno a ideologie violentemente antioccidentali importate dalle madrasa del Pakistan o dalle dottrine wahabite dell’Arabia Saudita. In Tagikistan, il Miu ha alimentato negli Anni 90 una guerra civile di cui pochi hanno parlato ma che ha fatto più di cinquantamila morti. L’uzbeko Namangani è tuttora, per l’estremismo islamico, una figura di culto al pari del mullah Omar o di Osama bin Laden. I governi delle repubbliche dell’Asia Centrale hanno forze militari equipaggiate e addestrate dagli americani che consentono loro di tenere la sicurezza sotto relativo controllo, ma che alimentano anche l’ostilità delle popolazioni.
Se dunque nella valle Fergana è tornata la quiete, è improbabile che l’Asia Centrale resti quieta a lungo. In nessun luogo del mondo coesistono altrettanti potenziali elementi di conflitto: ricchezze non sfruttate, governi dispotici, povertà diffusa e un estremismo islamico militante che non ha bisogno di attraversare il mare per colpire l’avversario perché lo ha, lungo più di duemila chilometri, davanti a sé.
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