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Srebrenica, dieci anni di finte lacrime e mea culpa
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Memoria ed ipocrisia per lo sterminio dei musulmani.
• da La Stampa del 18 luglio 2005, pag. 1
Quanti mea culpa falsi e svianti, quante lacrime di coccodrillo sparse sui resti degli 8000 musulmani di Srebrenica in occasione del decimo anniversario del più sistematico sterminio di massa avvenuto in Europa dopo la seconda guerra mondiale.
I maggiori responsabili politici di quel tempo, plenipotenziari americani ed europei, alti funzionari dell'Onu e della Nato, continuano a ripetere in coro un medesimo ritornello: il genocidio perpetrato dall'11 al 18 luglio 1995 nell'enclave di Srebrenica, zona «demilitarizzata e protetta» dalle Nazioni Unite, è stato un «vergognoso fallimento collettivo» dell'Occidente. Rivediamo l'immagine che fissava in maniera indelebile quel fallimento. Vi scorgiamo il comandante dei caschi blu olandesi che leva il bicchiere e brinda col criminale Ratko Mladic alla vigilia del grande massacro. Di lì a qualche ora, grazie alla paralisi militare della Nato e politica dell'Unprofor, si consumerà senza ostacoli il progetto di una «pulizia etnica» ben calcolata e perfino filmata a freddo dai giustizieri serbi: donne e vecchi risparmiati da una parte, uomini e adolescenti destinati alla morte dall'altra. Il copione era lugubremente classico: poteva evocare le fosse di Katyn, le foibe del Carso, quanto i pogrom delle SS nell'Europa orientale.
Ma dove stava la vera vergogna e la vera colpa storica dell'Occidente, oltreché per le fosse di Srebrenica, per la tabula rasa di Vukovar, per l'assedio con cecchinaggio di Sarajevo, per i bombardamenti dell'inerme Dubrovnik e, più in là, del tentato e fallito assalto serbo contro un milione e passa di albanesi del Kosovo? Stava, anzitutto, nel volontario strabismo di valutazione con cui le diplomazie occidentali avevano cercato di spiegare e giustificare il loro immobilismo di fronte al disfacimento dell'ex Jugoslavia. Stava nell'uso errato ma astuto della parola «guerra». Stava nell'abuso del concetto di «guerra civile». Stava insomma nella presunta simmetria bellicista e fratricida che artatamente le maggiori potenze occidentali, onde evitare la nettezza di un giudizio troppo coinvolgente, avevano voluto addossare a tutte le etnie, la confessioni, le repubbliche che costituivano la Federazione titoista. Si era voluto credere e far credere che quello non era un conflitto d'aggressione unilaterale, ma un conflitto intrecciato, di tutti contro tutti; uno scannamento a responsabilità ataviche paritarie; croati contro serbi e viceversa, serbi bosniaci contro musulmani bosniaci e viceversa, serbi contro islamici kosovari e viceversa.
La verità era però un'altra. All'inizio della dissoluzione dello Stato multietnico jugoslavo non c'era alcun prodromo di guerra civile. C'era soltanto il progetto di predominio sulle repubbliche più deboli da parte della repubblica più forte, più popolosa, più intimamente legata alla gestione autoritaria delle forze armate, più padrona degli apparati della polizia comunista Udba, più predisposta e meglio attrezzata all'avventura egemonica anche violenta: cioè la repubblica di Serbia. Essa aveva, dalla sua, pure il vantaggio e l'appoggio delle diaspore insediate da secoli in Croazia, in Bosnia, in Erzegovina, nel Kosovo, oltreché il complesso repubblicano del Montenegro che da sempre aveva condiviso le sorti dei fratelli serbi. Il progetto aveva perfino un'ambiziosa paternità ideologica: l'ultranazionalistico memorandum concepito dell'Accademia delle scienze di Belgrado nel 1987. Fu il Mein Kampf della dittatura di Slobodan Milosevic e delle aggressioni paramilitari contro croati e musulmani da lui sostenute e ingaggiate per procura, tramite le repubblichette ausiliarie serbe della Krajina e della Bosnia. Al principio non ci fu proprio ombra di guerra civile. Non ci fu altro che un'aggressione secca del più forte contro popolazioni civili disarmate. La situazione doveva assumere forme di scontro militare solo quando gli aggrediti, soprattutto croati, riuscirono a darsi un regolare esercito difensivo con l'aiuto di istruttori americani.
Srebrenica, comunque, non è stata la conclusione tragica di una battaglia campale fra eserciti di pari o quasi pari entità. E' stata l'ultima massiccia e sanguinosa epurazione serba contro i «diversi» della moderata Bosnia islamica. Per il presidente Clinton è stata invece una specie di Pearl Harbor balcanica: un buon pretesto per l'intervento prima armato e poi diplomatico in difesa dei musulmani. Costretta dagli accordi di Dayton alla ritirata, ma non ancora piegata, la Serbia oggi sconta le conseguenze dei disastri inflitti e subiti in Bosnia e nel Kosovo. Milosevic è alla sbarra del tribunale internazionale, mentre, nell'anniversario del massacro, la latitanza del massacratore Mladic e del suo ispiratore Karadzic sembra avvicinarsi alla fine. I negoziati per l'ingresso della Serbia nell'Unione Europea inizieranno a ottobre. I nuovi responsabili della politica belgradese certamente sanno che, per loro, sarebbe meglio presentarsi a Bruxelles con le mani pulite e le carte in regole col procuratore dell'Aja Carla del Ponte.
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