«GIi elettori non si fanno condizionare dal diktat sui Pacs».
Quanto pesa nell'urna il no di Ruini ai Pacs? A sentire sondaggisti e analisti di flussi elettorali, poco o addirittura nulla. In altre parole, di per sé, il duro attacco mosso dal presidente della Conferenza episcopale italiana ai Patti civili di solidarietà - e conseguentemente al leader del centrosinistra Romano Prodi, che li sostiene - non determina nell'elettorato spostamenti degni di nota.
E anche se questo intervento di Ruini dovesse rientrare in una serie di analoghi episodi destinati a ripetersi con continuità da qui alla primavera prossima, non è affatto detto che l'effetto finale sia quello di influenzare in un determinato senso il cosiddetto «elettorato cattolico». «Partiamo da qui», mette subito in chiaro Nicola Piepoli, dell'omonimo istituto di ricerca: «Quella di elettorato cattolico è una categoria che poteva andare bene nel 1948. Oggi i cattolici votano in funzione di quelli che sono gli interessi concreti nell'ambito dello Stato, proprio come i laici. Una scomunica come quella di Pio XII nei confronti dei comunisti oggi non avrebbe alcun effetto sugli elettori».
Eppure, c'è chi nota un legame tra l'invito di Ruini a non andare a votare per il referendum sulla fecondazione assistita e il fallimento di quello stesso referendum. «Non c'è nessun legame», spiega il direttore scientifico della Unicab Carlo Buttaroni. «Se così poche persone sono andate a votare è perché l'istituto referendario non funziona più, è in crisi da anni, non certo perché la Cei si è espressa a favore del non voto. Oggi si parla di calo delle vocazioni, di chiese vuote, è impensabile che ci possa essere una corrispondenza tra le posizioni della Chiesa e il comportamento degli elettori più di quanto non sia avvenuto all'epoca dei referendum sull'aborto e sul divorzio, quando il Paese era molto più praticante». In conclusione, stando alle ricerche condotte in tempi recenti, «il ruolo della Chiesa non è così pesante come solitamente si usa dire, e come i politici anche temono». Secondo il direttore scientifico della Unicab, infatti, l'attenzione va semmai posta su questo aspetto: «Più che il Ruini-pensiero, possono avere un peso nell'urna i comportamenti che conseguentemente hanno i politici». Limitando l'analisi al campo del centrosinistra, a incidere può essere «una certa subalternità nei confronti della posizione espressa da un autorevole rappresentante della Chiesa e il non insistere abbastanza sul tema della laicità dello Stato». Un'osservazione, comunque, che va presa come secondaria e non come principale, perché sono altre le questioni che determinano la scelta del voto. «Per il 70% - spiega Piepoli illustrando la lista delle priorità degli elettori - contano i problemi concreti, quelli con cui bisogna fare i conti quotidianamente. Per il 20% conta il viso del candidato. Tutte le altre questioni rientrano nel restante 10%».
Ed è per questo, secondo Piepoli, che il centrosinistra farebbe bene a mantenere bassi i toni su questa vicenda. Proprio mentre il presidente della Camera Pier Ferdinando Casini dice di vedere una «preoccupante intolleranza quando parlano le gerarchie ecclesiastiche», Piepoli fa sapere che dalle ricerche effettuate dal suo istituto emerge che in questo momento gli italiani mal sopportano «tutto ciò che è discussione, dialettica portata all'estremo»: «In Francia si chiama diabolisation, demonizzazione dell'avversario. In questo momento da noi non vince, vince il moderato».
E se le sortite di Ruini dovessero ripetersi nei prossimi mesi, magan su altri terreni? Spiega il presidente della Swg Roberto Weber: «La fecondazione assistita, i Pacs, non sono temi polarizzanti. E vero che episodi distribuiti nel tempo, con sistematicità e continuità, possono avere l'effetto di riorientare o anche di blindare una quota di elettorato. Ma è anche vero che non tutti i cattolici la pensano allo stesso modo su tali questioni. Inoltre queste tematiche sono in posizioni molto arretrate nell'agenda dell'opinione pubblica. Sarebbero più sentite, maggiormente discriminanti, solo se il Paese fosse in una fase espansiva, o quantomeno non recessiva».