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L'argentino Kirchner studia da Peron Il collega Lula scaricato dai brasiliani
Sudamericana. Due popoli alle urne.

• da Il Riformista del 25 ottobre 2005, pag. 7

di Adalberto Belfiore

A Néstor Kirchner mancava un'affermazione elettorale senza ombre. L'elezione del 2003 gli aveva consegnato la presidenza con solo il 22% dei suffragi al primo turno, a causa del ritiro dell'ex presidente Carlos Menem. L'affermazione è finalmente arrivata. Il presidente si era speso moltissimo per l'elezione dei suoi candidati alle elezioni di domenica per il rinnovo della metà dei 257 deputati e dei 72 senatori del parlamento argentino. Prima fra tutti quella di sua moglie, il brillante avvocato Cristina Fernàndez de Kirchner, che aspira a rimpiazzare nei cuori dei gauchos il mito inossidabile di Evita Peròn. Poco importa se ha usato i vecchi metodi peronisti: la bella Cristina è stata infatti accusata di aver distribuito generosamente al popolo elettrodomestici e altri beni, con l'aiuto dei sindaci amici, per vincere nel distretto di Buenos Aires. Kirchner incassa 110 deputati e la vittoria di sua moglie con il 45 per cento dei voti per il seggio al Senato, ottenuta proprio contro la diretta avversaria, Hilda "Chice" Gonzales. Chiche è la moglie di un altro pezzo da 90 del peronismo, l'ex presidente e boss della capitale Eduardo Duhalde che stabilizzò il paese dopo la bancarotta del 2001 e di cui Kirchner, allora oscuro governatore del periferico stato patagonico di Santa Cruz, non era che il pupillo. Duhalde lo lanciò ai vertici della politica argentina con l'intento di servirsene per i tempi grami del "default" e dei "cacerolazos". Ma Kirchner ha dimostrato di avere artigli, fortuna e una moglie in gamba, che nel paese del tango è un'arma fondamentale. Nei due anni da presidente ha rinegoziato a muso duro il debito con il Fondo monetario (offrendo un patto leonino anche ai detentori italiani dei famosi bond-carta straccia), ha mandato sotto processo i generali torturatori annullando le famigerate leggi “de punto final" e "de obediencia debida" con cui i golpisti degli anni Ottanta si erano garantiti l'impunità. Ma, soprattutto, ha cavalcato il ciclo economico positivo (7-8% di crescita l'anno), caratterizzato dall'aumento di produzione, esportazioni e investimenti. Nonostante ciò, l'Argentina continua però ad essere un paese ad altissimo rischio. Ora bisognerà vedere se gli sconfitti si allineeranno, riconoscendolo come leader del peronismo, o se si organizzeranno in fronde per condurre l'opposizione. Per ora, in Argentina tutto o quasi avviene all'interno del tentacolare Partito giustizialista fondato da Peròn. Mentre il tradizionale avversario, l'Unione civica radicale di Alfonsin e dell'inetto De la Rua, con il suo stato di coma ha praticamente annullato qualsiasi possibilità di alternanza.   Nel vicino Brasile, tutt'altra musica per Luis Ignacio Lula da Silva. Nella repubblica federale, 120 milioni di persone hanno votato domenica nel referendum per la proibizione della vendita di armi e munizioni ai privati, ed oltre il 63% ha respinto la propusta del governo.

 

 Fino a poche settimane fa sembrava proprio che il referendum, voluto dal governo del presidente Lula e appoggiato da chiesa cattolica, Nazioni unite e organizzazioni per i diritti umani, sarebbe riuscito a mettere un freno alle sparatorie che causano 36.000 morti all'anno, facendo del paese il secondo al mondo, dopo il Venezuela, per morti ammazzati da armi da fuoco. Ma i fautori del no hanno sovvertito il pronostico, convincendo i brasiliani che la vittoria del sì avrebbe consegnato le persone perbene nelle mani dei criminali. E sostenendo che il possesso di un'arma è un diritto inalienabile della persona. Con buona pace di studi e statistiche, che dimostrano che in un confronto a fuoco, nel 90% dei casi è la "persona perbene" a soccombere. Lula non aveva scommesso sul referendum la sopravvivenza del suo governo, ma il numero di elettori che gli ha voltato le spalle rappresenta un ulteriore rovescio per la sua immagine di leader riformatore, che si somma alle critiche per i ritardi nell'attuazione della riforma agraria e agli scandali per la corruzione nel suo partito.



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