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mar 09 feb. 2010
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Parigi brucia del nostro fuoco nullista

• da Il Foglio del 8 novembre 2005, pag. 3

Di fronte ai fatti, le reazioni automatiche hanno spesso l’inconfondibile carattere della stupidità e del pregiudizio. Primo automatismo: se le banlieues bruciano, è perché gli islamici sono tra noi, e bisogna cacciarli via. Secondo automatismo: l’insorgenza delle periferie è colpa nostra, la “racaille”, la teppa, siamo noi occidentali incapaci di integrare l’immigrazione e la miseria urbana con i lavori socialmente utili, gli educatori sociali, lo spirito del buon samaritano. Non è così. L’islam per adesso non è centrale nella rivolta giovanile delle banlieues. Non che non sia un problema, anzi il problema, in senso strategico. Come racconta il Wall Street Journal, gli islamisti delle più diverse tendenze, quelle cattive o ostili per fondamentalismo e quelle più integrate e tentate da un compromesso di medio periodo, per ora funzionano da intermediari tra i casseurs e lo Stato francese, tra la rabbia scomposta e violenta dei giovani e la società che gestisce i servizi per loro, le risorse per la coesione urbana, i tentativi di ridurre l’alto tasso di disoccupazione e di sradicare paure identitarie e atteggiamenti etnicisti o apertamente razzisti. Da questo ruolo di mediazione gli islamici e gli islamisti intendono incassare più spazio sociale e politico, e l’uso che di questo spazio comunitario faranno è ancora ignoto. Basta poco, comunque, a trasformare gli immigrati islamici arrabbiati di seconda e terza generazione, francesi a quasi tutti gli effetti civili ma diversi dai francesi per tutto il resto, in militanti fondamentalisti, in islamisti alcuni dei quali siano disposti ad ammazzarsi per dare la morte in nome di Dio: le storie di Finsbury Park, di Leeds e della metropolitana, le storie del marzo madrileno e del 7 e del 21 luglio londinesi insegnano qualcosa.
Cacciarli non si può. E’ una tipica utopia regressiva. Non ha senso. Non lo consente l’economia, prima ancora che il senso di giustizia e il realismo demografico. Si può invece ricostruire un significato condiviso della parola occidente, cioè una identità fiera e orgogliosa, ma non boriosa, non arrogante, capace di limitare i danni di un secolarismo ideologico, nullista, malinconico com’è malinconica la Francia di Chirac, autolesionista. Si può ricominciare a scommettere sul valore della democrazia politica intesa come un modo di vivere forte, sensato, bello, capace di estrarre dai giorni il loro significato. Spiegare che qui da noi non si amministrano procedure, e basta, perché abbiamo anche noi criteri di una buona vita, fondata su diritti e doveri sociali e individuali, e siamo disposti a difenderli. Spiegare e rispiegare, con i fatti, con la politica, che il lavoro e il significato dell’esistenza si fondano sulla libertà economica e politica, e che nelle patrie abbandonate dell’islam come nei paesi di approdo della grande migrazione c’è gente, tanta gente, decisa a far valere questo lato buono e significativo della modernità. Finora siamo soltanto riusciti a globalizzare anche tra gli islamici l’immagine del giovane ribelle altermondialista, un cretino violento con il passamontagna che prende a calci quel “fascista” di Bush e sfila con quel cocainomane di Maradona e quell’energumeno di Chavez alla conquista di un pallone che fugge tra le case, con in mano l’estintore del povero Carlo Giuliani. Forzare gli uomini a essere liberi, il vecchio progetto di Rousseau, non è possibile se non in un disegno totalitario destinato a fallire; ma offrire questa possibilità, difendendo il proprio sistema di libertà e il proprio credo, e impegnando chiunque alla sfida di praticarlo, è la sola via.



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