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Piero & C., la meglio gioventù
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La sinistra e le generazioni. Come una difficoltà può essere trasformata in opportunità di ricambio.
• da La Stampa.it del 5 gennaio 2006
Le famiglie più solide, com'è noto, si temprano nella buona ma soprattutto nella cattiva sorte. Ed è una sorte davvero malevola quella che si accanisce in questi giorni sulla generazione che guida da sempre i Ds. Un gruppo politico-familiare nato sotto la stella della diversità berlingueriana e che oggi subisce tutto il peso di un sospetto particolarmente sfrontato: quello di essere moralmente uguale ai propri avversari. Sulla graticola sono finiti Fassino e D'Alema, ma la chiamata riguarda tutta una generazione politica che ha condiviso molto di più di un semplice dato anagrafico: un intero tratto di vita fatto di esperienza e cultura comuni. La generazione dei Mussi, dei Veltroni, dei Violante, degli Angius, degli Occhetto. "Ognuno col suo viaggio, ognuno diverso" direbbe il poeta. Eppure tutti membri dell'ultimo, grande gruppo di comando prodotto da quell'esempio insuperato di "democrazia oligarchica" che fu il Pci. Un partito dotato di mirabili meccanismi di formazione delle élites, capaci di garantire l'ossigenazione dei suoi vertici attraverso il buon funzionamento del ciclo militanza-selezione-cooptazione. Il prodotto finale di quei meccanismi emerse alla fine degli Anni Ottanta - alla vigilia della slavina che avrebbe cambiato per tutti in Italia le forme della politica di massa - e si ritrova oggi nella leadership dei Democratici di Sinistra. La prima e unica che essi abbiano finora avuto. Ma soprattutto, una famiglia prima che un gruppo dirigente. Nella quale si respira per l'appunto «l'atmosfera delle recite in famiglia - come scriveva Enzo Forcella alla fine degli Anni Cinquanta a proposito dei giornalisti politici - con protagonisti che si conoscono fin dall'infanzia, si offrono a vicenda le battute, parlano una lingua allusiva e, anche quando si detestano, si vogliono bene». L'ultima manifestazione di questo clima è ancora di fronte ai nostri occhi: cos'altro sono state, se non l'espressione pubblica di un lessico familiare, le lacrime del tutto sincere che Fassino ha pianto per il riconoscimento che gli era stato tributato da D'Alema? Quel gruppo ha condiviso successi e sconfitte, onori pubblici e lutti privati. Attraversando gli anni Novanta come si attraversa un territorio inesplorato, per il quale l'attrezzatura culturale ricevuta dall'ultimo berlinguerismo non era certo la più adatta ma sul quale hanno saputo dare ottima prova di sé. Assumendo la guida del Paese senza averlo mai davvero previsto in gioventù, quando una dinamica politica congelata dalla guerra fredda li avrebbe relegati a guidare per sempre l'opposizione. E finendo invece proiettati dalla carambola di quegli anni a salvare il paese da una delle sue crisi storiche più drammatiche. Una famiglia fortunata. Eppure una famiglia solitaria nel proprio ruolo di comando, sotto la quale avevano intanto smesso di funzionare quei meccanismi di selezione che a suo tempo ne avevano regolato l'ascesa politica. Privata di ricambio ma ancora giovane per gli standard della gerontocrazia politica italiana, quella leadership si è seduta sul vuoto delle idee e delle rappresentazioni culturali nelle quali si era formata. Che sono rimaste quelle berlingueriane, soprattutto presso il suo pubblico di riferimento.
A quel pubblico non si è mai voluto spiegare con chiarezza che la propria funzione politica stava intanto cambiando - e in meglio! - ed esso ha continuato a vedere la propria leadership con le lenti deformanti della diversità morale. Una visione che già negli anni Ottanta aveva condannato il Pci all'esaltazione solipsistica della propria autosufficienza identitaria. E che con il passare del tempo si è trasformata in un simulacro di appartenenza nobiliare. Quel vuoto di spiegazioni mai date viene riempito di colpo in questi giorni, nel trauma che colpisce i militanti dei DS, mentre la famiglia principe del partito si chiude in quello che Prodi ha definito su questo giornale "il bunker del fumus persecutionis". C'è da sperare che vogliano uscire di lì e forse ci riusciranno. Ma certo è che la parabola di quella generazione politica, che ha già dato il meglio di sé nel corso degli anni Novanta, potrà dirsi felicemente conclusa solo se l'occasione sarà colta per aprire porte e finestre alla propria successione.
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