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Negoziato la parola da non dire
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• da La Stampa del 23 marzo 2006, pag. 11
Forse, come da un paio di mesi va dicendo Zapatero, siamo arrivati all’«inizio della fine». Ma domani, venerdì, la «tregua a tempo indeterminato» proclamata dall’Eta entrerà in vigore nello stesso giorno nel quale in un’aula di tribunale i giudici avranno sul banco degli imputati Arnalo Otegi, l’irruente capo di «Batasuna», braccio politico dell’Eta. La contraddizione, evidente, segna anche l’ambiguità che - tra legalità e illegalità - i percorsi di pacificazione debbono accettare, quando mettono in campo un progetto reale di chiusura della lotta armata. Ci si è trovato preso il governo inglese, durante il lungo negoziato con l’Ira, ci si trova ora Zapatero, anch’egli durante il lungo negoziato con l’irredentismo basco.
Ovviamente, l’accenno a qualsiasi forma di «negoziato» verrà respinto sempre, anche con sdegno pubblico. L’eredità dello «spagnolismo» ricevuta da Franco è un legato che tarda ad affievolirsi, anche nella straordinaria modernizzazione della cultura politica spagnola. Ma negoziato di fatto c’è stato negli anni ‘80 (pure al tempo del Gal) durante la presidenza González, e negoziato di fatto c’è stato ora; le forme non sono quelle della ufficialità, ma ogni atto politico sul problema basco che il giovane leader socialista abbia compiuto parlavano d’una fase nuova che andava costruita per uscire dalla tragica spirale di violenza che ha fatto 800 morti, migliaia di feriti, decine di ergastolani.
L’unico inquilino della Moncloa che abbia chiuso la porta a qualsiasi «negoziato» è stato il popular Aznar, per convincimento ideologico e però anche per opportunismo politico. La sua fermezza gli ha portato qualche vantaggio elettorale a livello locale, ma è stato quello stesso intento di fermezza a travolgerlo poi - a maggio del 2004 - quando ha ciecamente tentato di attribuire all’Eta l’attentato della stazione Atocha.
Si va dunque al negoziato vero. «Prudenza», assicura Zapatero; «Attenzione, è una trappola», avvisa Rajoy che fa a dovere il suo lavoro di leader dell’opposizione. Non v’è dubbio che la materia sia tanto scottante che soltanto l’unità (tattica, certo) delle forze politiche può consentire un risultato, lo stesso che si ebbe a Londra quando il Labour pose al suo fianco i Conservatori. Sarà un negoziato - nient’affatto ufficiale, lo abbiamo detto - dove lo scambio sarà difficilmente alla pari: Madrid chiede con la chiusura della lotta armata anche lo scioglimento dell’Eta e la fine d’ogni indipendentismo, l’Eta che chiude ora la lotta armata (parla comunque di «tregua», sia pure a tempo indeterminato, ma non di pace) chiede il riconoscimento del diritto all’autodeterminazione. Tra diritto ed esercizio del diritto vi sono spazi di mediazione.
Anche se bisognerà agire con ogni cautela, soprattutto per le pressioni dell’opinione pubblica spagnola, la trattativa appare comunque un progetto possibile. La recente «escalation» dell’altro fronte nazionalista, quello catalano assicura che Zapatero tratta il problema delle «nazionalità» con fermezza e però anche con sufficiente spirito d’apertura. In qualche piazza di Spagna si può ancora incontrare Franco in groppa a un cavallo di marmo; sempre più, sono piedistalli per la sosta di piccioni stanchi.
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