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Eta grazie ma niente sconti

• da La Stampa del 24 marzo 2006, pag. 1

di Fernando Savater

Di tanto in tanto ci arriva una telefonata o una lettera per annunciarci gioiosamente che abbiamo vinto un appartamento con vista mare: congratulazioni. Naturalmente chi ha un po’ d’esperienza sa che l’ipotetico regalo non è tale e che accettarlo ci costerà, alla fine, più caro che comprarlo di tasca nostra. Provo una sensazione simile nell’ascoltare il comunicato (che tenerezza, il particolare che, per la prima volta, a leggerlo sia una donna) nel quale l’Eta annuncia la sua tregua permanente. Ti viene spontanea la domanda sarcastica e leggendaria di Josep Pla nel ricevere non so quale decorazione: «Quanto devo?».

Per prima cosa, facciamo chiarezza. Questa tregua non è una graziosa concessione dell’Eta che finalmente ha compreso quanto siano abominevoli i suoi crimini, ma una conquista della democrazia spagnola che, dopo una lunga lotta investigativa, legale e civile è riuscita a mettere in un angolo e a disarticolare il terrorismo. E’ una vittoria della società, ma non di tutta allo stesso modo: a lottare sono stati quelli che non si sono lasciati né intimidire né persuadere dai violenti e dai loro portavoce, quelli che sono stati fermi nel giudicare necessario il rispetto delle leggi e dell’applicazione coscienziosa della Costituzione, quelli che non si sono fatti abbindolare dagli inganni della «voce del popolo» e hanno difeso i diritti dei cittadini: vale a dire i politici che hanno firmato il patto antiterrorista e la Legge dei Partiti e non quelli che si sono opposti a entrambe le cose, i giudici come Garzón o Grande Marlaska, non quelli che li accusano d’essere intransigenti destrorsi, i giornalisti che hanno dovuto andarsene da Euskadi perché non li lasciavano vivere e non quelli che sono rimasti facendo i coraggiosi nel criticare la Guardia Civil, quelli che sono scesi in piazza a difendere lo statuto basco e la Costituzione, ma non quelli che li denunciavano perché li consideravano una restrizione sociale... A ciascuno il suo. Che adesso non si mettano medaglie quanti non hanno fatto nulla di serio contro l’Eta: se fosse per loro l’Eta avrebbe abbandonato le armi molto prima, certamente, ma solo perché avrebbe vinto la partita e non dopo averla persa, com’è accaduto adesso.

In secondo luogo l'Eta e i nazionalisti che l'appoggiano (e che si appoggiano a essa, non dimentichiamolo) pretendono che, visto che è finita la violenza, finisca o sia messo tra parentesi anche tutto il resto. Domani nei Paesi Baschi non ci sarà più il terrorismo? E allora accettiamo che non ci siano neppure più le istituzioni democratiche, le leggi, la Costituzione spagnola. Fino a nuovo ordine tutto deve essere messo tra parentesi. Partiamo da zero, dimentichiamo il passato (soprattutto i crimini che solitamente portano con sé sgradevoli conseguenze penali) e convochiamo riunioni di partiti o di sette, assemblee di quartiere, qualsiasi cosa serva a dare uguale voce sia a chi ha ucciso, sia a chi ha opposto resistenza. Facciamo un referendum domandando alla gente con discrezione se desideri che tornino quelli della squadra dei manganelli con il manganello alzato o se si rassegni, magari, nel vederli all'interno delle istituzioni pubbliche trattati come notabili. Mettere in prigione Otegi e la gente della sua banda? Ma per cortesia, le circostanze sono cambiate, che lo sappiano i giudici! Se Al Capone giura che la sua gang non rapinerà più banche sarebbe di cattivo gusto che passassimo la vita a ricordargli quelle che ha già assaltato. Siamo all'ultimo stadio dell'imposizione mafiosa: l'Eta esige il "pizzo" agli imprenditori e questo si chiama "imposta rivoluzionaria"; ora, in nome di un'Eta ormai caduca, Batasuna e tanti altri nazionalisti tentano di ricattare lo Stato di diritto e per definire tutto ciò usano un altro eufemismo: "dialogo".

Non smette di meravigliare la naturalezza con cui, oggi, tutti i mezzi di comunicazione sostengono tranquillamente che Batasuna è, certo, il braccio politico dell'Eta. Ieri fare questa stessa affermazione o proclamare l'illegalità di Batasuna era come essere compagno d'armi del generale Mola e di Tejero. Quanto ci vorrà ancora perché ci rendiamo conto che i nazionalisti, con Ibarretxe in testa, nell'esigere la soppressione della Legge dei Partiti, il tavolo petitorio a margine del Parlamento, il referendum... ecc. stanno sollecitando per l'Eta le concessioni strettamente politiche che il governo s'è impegnato a non fare e che una minima decenza politica vieta? Come dire che un certo nazionalismo non sa e non vuole sganciarsi dai fini dell'Eta - come alcuni di noi hanno detto tante volte suscitando sante indignazioni... - e prende le distanze dai suoi metodi solo adesso quando, ormai, non danno i risultati sperati. A questo punto: no. Adesso è il momento della fermezza e dell'unità costituzionale. Ci mancherebbe solo che quanto abbiamo difeso di fronte alle armi, lo concedessimo di fronte al chiacchiericcio di coloro ai quali non resta altro da fare che rinunciare ad esse. Alla domanda "quanto devo" non c'è che una risposta: niente di niente di niente. E il resto, che lo chiedano per favore.



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