|
Pipes: ma le rivoluzioni nell’ex Urss continueranno
|
|
Il cremlinologo. «anche la Bielorussia si muove».
• da La Stampa del 28 marzo 2006, pag. 12
Il summit del G-8 a San Pietroburgo si annuncia come un appuntamento rovente»: così lo storico Richard Pipes della Harvard University, uno dei maggiori cremlinologi viventi, riassume l’impatto delle crisi bielorussa ed ucraina sui rapporto fra Occidente e Russia. Mentre il risultato delle elezioni a Kiev non lo preoccupa più di tanto.
La sconfitta del partito del presidente Viktor Yushenko alle elezioni politiche in Ucraina significa che la rivoluzione arancione della fine del 2004 ha già perduto la propria forza? «No, perchè se sommiamo i voti ottenuti nelle urne da Yushenko a quelli del partito della sua ex alleata Yulia Timoshenko superiamo la quota del 40 per cento rispetto a circa il 26,5 per cento dei filo-russi di Viktor Yanukovich. Conti alla mano questo significa che la rivoluzione arancione non si è affatto esaurita e la maggioranza che l’ha sostenuta è ancora lì. Ma si sono divisi i suoi leader e questo ha portato i filo-russi ad ottenere una rivincita politica rispetto alla presidenziali che persero».
Resta il fatto che se la Timoshenko ora dovesse formare una coalizione con i filo-russi il nuovo governo di Kiev potrebbe finire per essere ostile proprio al leader della rivoluzione arancione ed alleato invece di Mosca... «Vedremo se ciò avverrà davvero. Servirà del tempo e ho l’impressione che assisteremo a molti giochi politici. L’intesa Yanukovich-Timoshenko non è un esito scontato. Timoshenko potrebbe anche riunirsi a Yushenko. E’ una situazione molto fluida».
Che però non si sarebbe creata se il presidente Yushenko fosse riuscito a tenere unita la propria coalizione.... «E’ vero, il presidente non ha fatto molto bene e soprattutto non è riuscito a conservare l’alleanza con una donna molto ambiziosa. Pensare di farcela da solo è stato un errore. Ma è una questione che ha a che vedere con la rivalità fra leader, non con il cambiamento complessivo di tendenza dell’elettorato ucraino. Il domino delle rivoluzioni democratiche nelle ex repubbliche sovietiche non si è interrotto. Anzi, come dimostrano i fatti degli ultimi giorni, continua a Minsk».
Come giudica quanto sta avvenendo in Bielorussia con le proteste di piazza contro la rielezione del presidente Alexandr Luka-shenko? «E’ una situazione a mio avviso incoraggiante. Credo che Alexandr Lukashenko possa ancora contare sul sostegno della maggioranza dei cittadini ma il fatto che l’opposizione sia riuscita ad organizzarsi, sia scesa nelle piazze e stia dando vita ad una sorta di resistenza urbana fronteggiando centinaia di poliziotti armati di caschi e bastoni lascia intendere che è in corso un mutamento che potrebbe portare a conseguenze più ampie in un periodo non direi brevissimo, forse di uno o due anni. Lukashenko avrebbe vinto le elezioni anche senza gli eventuali brogli ma qualcosa in Bielorussia sta cambiando».
Come giudica la reazione dell’Unione Europea e degli Stati Uniti che puntano sulle sanzioni contro il leader di Minsk per sostenere l’opposizione? «E’ la strada giusta da percorrere. Speriamo solamente che facciano seguire le parole pronunciate da fatti concreti. Lukashenko non sarebbe in grado di sopportare l’impatto di sanzioni vere da parte di Unione Europea e Stati Uniti. E’ una situazione simile a quella con Hamas nei Territori palestinesi: anche in questo caso Ue ed Usa hanno minacciato sanzioni serie. Speriamo che tale intento rimanga con il passare del tempo e che non finiscano per far arrivare in qualche maniera i fondi tanto ad Hamas che al governo di Lukashenko, con una scusa o l’altra».
Che tipo di impatto avranno i fatti ucraini e bielorussi sul summit del G-8 che si terrà a San Pietroburgo in estate? «Credo si tratterà di un vertice incandescente. Il presidente russo, Vladimir Putin, sarà sottoposto a forti pressioni sul rispetto dei diritti umani e della democrazia. Il suo sostegno a Lukashenko sarà oggetto di discussione. Ma fare pressioni su Putin a mio avviso non è sufficiente. Solo un concreto impegno degli europei, e degli americani, a favore della democrazia in Russia e in Bielorussia potrà obbligare Putin a modificare l’atteggiamento e le politiche che continuiamo a registrare. Dobbiamo essere più energici».
|
|
|
|