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Zapatero, il presidente con la kefiah che sceglie il governo della piazza

• da L'opinione online del 28 luglio 2006

di Enzo Reale

Alcuni critici della democrazia sostengono che la sovranità popolare non preserva dall’inettitudine delle classi dirigenti. Ovviamente è un’obiezione speciosa: nei sistemi non democratici non solo gli inetti detengono il potere a prescindere dalla volontà dei cittadini ma questi ultimi non hanno nemmeno la possibilità di sostituirli. Ma in sé, decontestualizzata, l’affermazione contiene un fondo di verità e gli esempi storici non mancano. Soffermiamoci su un caso d’attualità, la Spagna avvolta nelle nebbie dello zapaterismo. Sono bastati due anni di populismo, massimalismo e improvvisazione, in una parola di pseudo-progressismo, per trasformare una democrazia europea modello in una sorta di monarchia delle banane in cui lo stato di diritto è diventato un’opinione e la politica si è ridotta ad una sorta di cittadella ideologica inespugnabile. Dal ritiro delle truppe dall’Iraq alle amicizie pericolose con i caudillos sudamericani, dal negoziato con i terroristi di ETA al cedimento ai ricatti del nazionalismo, l’azione di governo socialista si è rivelata un rapido ed inesorabile allontanamento dai principi cardine della democrazia liberale.

Né Zapatero né i suoi collaboratori hanno assimilato la differenza che esiste tra il governo della piazza e quello di una nazione e la mentalità da agit-prop che avevano dimostrato a più riprese quando si trovavano all’opposizione continua a caratterizzare la loro linea politica adesso che detengono responsabilità di governo. Ma finché gli illiberali manifestano per le strade contro l’imperialismo americano, le conseguenze si possono limitare al folclore; quando però parlano e agiscono in nome dello stato ci si trova di fronte ad un problema di rilevanza internazionale. La crisi diplomatica nata tra Israele e Spagna proprio nel momento in cui Gerusalemme è impegnata a difendersi dall’ennesimo tentativo di annichilazione da parte dei suoi nemici storici è solo l’ultima dimostrazione della sostanza ideologica dello zapaterismo. Bastano poche ore e la consulenza del ministro degli esteri Moratinos (amico intimo del fu Yasser Arafat) ad indurre Zapatero a rilasciare le prime dichiarazioni sull’uso “sproporzionato” della forza da parte dell’esercito israeliano e sull’equivalenza morale tra la reazione di una democrazia attaccata e l’aggressione terrorista che l’ha determinata. “La lotta al terrorismo non vale la morte di nessun uomo”, asserisce con sicurezza il presidente più amato dalla stampa italiana e dai Radicali poche ore dopo la caduta dei primi missili sulle teste degli abitanti di Haifa. Però evidentemente il messaggio aveva bisogno di essere chiarito.

Così nel corso di un meeting della gioventù socialista Zapatero non trova di meglio che farsi fotografare con la kefiah palestinese al collo, sorridente e a suo agio come non mai. “Un gesto innocente” sono costretti a precisare i suoi portavoce, “privo di significato politico”. Peccato però che nella stessa riunione le bandiere palestinesi e gli slogan antiisraeliani siano ostentati con fierezza e che il giorno dopo ben sei manifestazioni contro “la guerra di Israele” organizzate con l’appoggio del Partito Socialista occupino teatralmente e tetramente le strade delle principali città spagnole. Gli israeliani residenti che cominciano ad esternare il loro smarrimento di fronte alle posizioni del governo ricevono in risposta i rimproveri poco diplomatici di Moratinos che, nel corso di un incontro con la stampa, ammonisce uno dei rappresentanti di spicco della comunità ebraica a non “permettersi mai più” di accusare l’esecutivo di “antisemitismo”. Perché solo l’esecutivo evidentemente può permettersi di tacciare di terrorismo gli israeliani. E infatti due giorni dopo, il segretario organizzativo del PSOE, Pepe Blanco, dichiara pubblicamente che “i civili libanesi sono un obiettivo voluto dell’esercito israeliano”.

Si tratta di un’affermazione senza precedenti per un governo occidentale, una scelta di parte inequivocabile che allontana la Spagna non solo dalle posizioni di alleati storici di Israele come gli USA ma anche da quelle ambigue e tendenzialmente filo-arabe della diplomazia europea: è, in una parola, la riproposizione in chiave interna della più becera propaganda antisemita dell’islamismo radicale. L’ambasciatore israeliano chiede una rettifica ufficiale ma ottiene solo una telefonata privata dello stesso Blanco mentre dalla Moncloa giunge la tempestiva approvazione di Zapatero: “Blanco è la voce del PSOE”. Più che altro un raglio. Nonostante i tentativi della stampa addomesticata di smorzare il caso, il presidente del governo si vede a questo punto costretto ad una contromossa. Cosa si inventa? Invita i rappresentanti della gioventù laburista e di Al-Fatah (Al-Fatah!) ad un incontro alla Moncloa. Da una parte c’è la guerra, dall’altra una conferenza internazionale e la politica estera di Zapatero è una colazione con i giovani israeliani e palestinesi.

E’ lo spirito dell’Alleanza di Civiltà, un altro coniglio estratto dal cappello della diplomazia in salsa iberica, la magica soluzione del conflitto mondiale in atto, applaudita non a caso dai Kofi Annan sparsi per il pianeta. Questa la cronaca dell’ultima settimana di zapaterismo applicato. La Spagna è fuori da tutti i giochi e quando cerca di rientrarvi lo fa dalla porta sbagliata. Rimangono sempre Chávez, Morales, Castro e Ahmadinejad e un’informazione di regime che annuncia al telegiornale della sera che Israele fa fuori i libanesi con “armi chimiche”. Così Blanco è vendicato e Zapatero può andarsene in vacanza tranquillo. Lui e la sua kefiah.



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