Hanno colpito una stella, e per questo dovranno pagare. Chi non comprende le reazioni - in alcuni casi fisicamente violente - con cui gli indiani hanno accolto l’exploit razzista del Grande fratello inglese, non conosce Bollywood, il mondo fatato dell’industria cinematografica di Bombay che sforna ogni anni migliaia di sogni, in formato dvd, vhs e, soprattutto, in pellicola 35 millimetri, ad uso e consumo del miliardo e passa di indiani che popolano il globo. Spesso masse di diseredati, un mondo fatto di mendicanti e conducenti di risciò, che trovano nelle proiezioni dei polpettoni bollywoodiani (un paio di rupie per sei ore d’intrattenimento, posti in piedi) l’unica valvola di sfogo - fatta eccezione per il bhang, derivato economico della cannabis, spesso mischiato con oppio. Per farsene un’idea, basta andare davanti al teatro Pvr di Nuova Delhi un paio d’ora prima dell’inizio di un film, quando davanti all’entrata dei “posti economici” si formano code interminabili.
Ma l’amore per le star del cinema hindi non è fatto di coscienza di classe. Bollywood è l’India, l’India è Bollywood. Dimenticate i film raffinati di Deepa Mehta che arrivano nelle sale italiane. Con i suoi sogni da poche rupie, fatti di divinità in costumi sintetici, di bulli muscolosi, di macchine da capogiro, di caste sventole in sari o tunica salwar kameez, Bollywood è ciò che permette a ogni indiano di andare avanti, che sia affaticato un conducente di risciò strafatto di bhang, o un brillante programmatore dell’industria hi-tech che lavora 12 ore al giorno. In un certo senso, Bollywood è al contempo il prodotto del miracolo economico indiano e ciò che lo ha reso possibile.
Tanto rumore per nulla, avranno pensato gran parte degli occidentali, quando hanno letto sulla stampa di mezzo mondo, dell’incidente diplomatico nato tra Londra e Nuova Delhi per l’umiliazione pubblica subita dall’attrice indiana Shilpa Shetty. Roghi di pupazzi, Union Jacks calpestate, il tutto per due frasi (di pessimo gusto, certo) pronunciate da due coinquiline della Star di Bollywood nell’ennesima edizione, in versione celebrity, del Grande fratello inglese : «Non sapete dove sono state queste mani… in India mangiano con le mani», e ancora: «dovrebbe ritornare nelle baracche. Alla fine, il razzismo becero di due starlet inglesi contro una collega indiana ha prodotto reazioni paragonabili, mutatis mutandis, agli incidenti avvenuti dopo la pubblicazione delle vignette blasfeme sul profeta Maometto. Certo, la Storia ha avuto un suo ruolo: il colonialismo ha lasciato tracce indelebili sulle coscienze indiane e sentire commenti razzisti sulla rete nazionale dell’ex “madrepatria” ha riacceso in India il complesso da ex provincia dell’impero. Ma, come nell’episodio delle vignetta blasfeme, l’incidente diplomatico ruota attorno a una questione di Fede. Perché Bollywood è una religione. Lo ha capito, prima di molti altri, Salman Rushdie, scrittore maledetto del subcontinente indiano.
Non è un caso che il protagonista dei Versetti Satanici sia proprio una star di Bollywood. Certo, l'opera di Rushdie è divenuta famosa (o notoria, a secondo della vulgata) a causa della polemica sorta attorno ai riferimenti sulla vita del profeta Maometto - che in realtà occupano un solo capitolo del romanzo - ed alla caricatura, a metà strada tra l'onirico e il reale, dell'ayatollah Khomeini. Ma la figura del protagonista Gi-breel Farishta ha un valore non meno mistico: nato da una famiglia poverissima di Bombay, il musulmano Gibreel si arricchisce a dismisura impersonando il dio-elefante Ganesh per vari musical a sfondo mitologico-religioso. All'apice della sua carriera, durante un incidente aereo, Gibreel si trasforma in un angelo: nomen omen, visto che Gibreel è l'equivalente di Gabriele. Come a dire che l'angelo dell'Annunciazione, redentore delle favelas di Bombay, ha scelto i maxischermi di Bollywood come strumento di comunicazione prediletto.
Bollywood è una religione, si diceva, e come tutte le religioni, se sfruttata in modo improprio, può rivelarsi uno strumento pericoloso. Ne sa qualcosa il vicepremier inglese Gordon Brown, che si è trovato nel bel mezzo di Nuova Delhi quando è scoppiato l'incidente diplomatico, e ne sanno qualcosa i produttori di Bollywood, che devono stare molto attenti a tutto ciò che mandano in onda. Già, perché i lungometraggi melensi girati a Bombay sono pur sempre visti da centinaia di milioni di persone e, quando infastidiscono qualcuno, la faccenda rischia di farsi molto seria. Prendiamo l'esempio di un film d'avventura dalla trama apparentemente innocua: Jungle (Bombay, 2000) racconta la storia d'amore di due giovani che cadono l'una nelle braccia dell'altro quando sono rapiti da un feroce brigante della giungla indiana. Dalla paura nasce una commovente storia d'amore tra suspence, inseguimenti di tigli, lacrime e persino qualche balletto. Più soft di così. E invece no, perché l'ingenuo regista per elaborare il cattivone del film, ha avuto la malaugurata idea di ispirarsi a una figura reale: il leggendario brigante-guerrigliero Koose Muniswamy Veerappan, re della giungla per oltre 10 anni. Ora, in India anche i briganti vanno al cinema e, quando ha visto il film, Veerappan non ha gradito il modo in cui è stato raffigurato. E per ripicca ha rapito una parte del cast. Alla fine, la faccenda è stata risolta senza spargimento di sangue (ma con lo spargimento di milioni di rupie), ma sarebbe potuta andare molto peggio: al tempo Veerappan vantava all'attivo più di 200 omicidi.
Bollywood, infine, è anche coscienza politica. Soprattutto in Occidente, dove l'immensa diaspora indiana (definita non a caso «Bollystan») vede nei sogni del cinema hindù uno strumento di riscatto dalla povertà e dall'alienazione. Non importa se uno vive in India, in Inghilterra o in Canada; se è induista, musulmano zoroastriano o sikh, Bollywood è insieme consolazione e rivincita degli esclusi e dei sans papier. Un sentimento a metà strada tra la rivalsa e la nostalgia di casa che ha anche ispirato una canzone qualche anno fa molto popolare in Italia, dedicata alla star di Bollywood Asha Bosle: «Non ci importa delle minacce del governo, o delle barriere che costruiscono per tenerci fuori», recitava una canzone dei Cornershop, «lei, Asha Bosle, mantiene in vita il nostro sogno».