La malasanità italiana riconquista le prime pagine dei quotidiani, guadagna i titoli d'apertura dei telegiornali, accende gli studi dei talk show. L'infinita galleria di fatti, episodi, scandali che ci giunge dal pianeta salute ha toccato ieri il suo fondo più oscuro. Siamo andati oltre l'immaginabile, l'ammissibile, il prevedibile.
Un errore (umano) di trascrizione ha innescato la micidiale sequenza. Il fatto. Una donna di quarant'anni muore fulminata da un ictus. È possibile trapiantare i reni e il fegato. I parenti acconsentono. Dal laboratorio giunge il via libera. Si procede ai trapianti. Da un secondo giro di analisi, compiuto in un altro centro, ma a operazioni compiute, si scopre che la donatrice era sieropositiva all'Hiv. Un disastro. I tre pazienti operati adesso corrono, altissimo, il rischio di infettarsi e a poco, in realtà, varrà la corsa ai ripari per cercare di impedire che il virus compia la sua devastazione.
Tutto ciò all'ospedale Careggi di Firenze, ieri, tra la costernazione attonita dei sanitari. Mai accaduto in quarant'anni, si dice per rassicurare. Un fatto eccezionale, un evento irripetibile, spiegano i dirigenti a capo chino. Le procedure, i protocolli, le verifiche si rifanno a standard internazionali, impossibile che l'accaduto possa ripetersi.
L'immediata ammissione della colpa da parte del dirigente biologo, tuttavia, ha bisogno di severi approfondimenti. Qui il danno risulterà gravissimo e quasi certamente irreparabile e questo è l'elemento che fa deflagrare la notizia. Una bomba di spaventoso potenziale che andrà a colpire tre pazienti disgraziati e disperati che aspiravano a una nuova vita dopo aver attraversato il deserto di gravissime malattie croniche. Questo elemento la rende inaccettabile, scatena un furore incontenibile perché insinua il sospetto che quella “svista” in questo caso avrà tragiche conseguenze, ma magari in altri casi, diversi e meno gravi, ha prodotto danni pur senza il botto fragoroso dello scandalo.
Il caso del Careggi, per quanto unico lo si voglia considerare, arricchisce di un'altra tragica icona l'infinita galleria degli errori connessi con la attività dei medici, con la organizzazione degli ospedali, con la cura dei pazienti. Lastre lette male, interpretate peggio, interventi anche ad alto rischio ripetuti perché preceduti da atti non risolutori, diagnosi errate, terapie inadeguate e aggressive, mancati aggiornamenti clinici, materiale delicatissimo esposto a rischi di ogni genere, dilagare di infezioni nei reparti. Insomma una sequenza di episodi che non possono più, pur ammettendo la loro diversità e i differenti contesti, essere considerati come fatti singoli, ciascuno racchiuso in sé, non interferente con il sistema e la organizzazione nel suo complesso.
E allora se i fatti si collegano, diventano catena, ecco che si deve parlare di fenomeno: cioè di sequenze che nel loro insieme rappresentano oltre ai rischi inevitabili e sempre connaturati a queste attività un livello inaccettabile della sicurezza. L'errore umano è sempre possibile. Diventa inammissibile se ad esso è legata, come nel caso in questione, la vita stessa dei pazienti. E la vita dei pazienti, la qualità del loro percorso di ammalati, è troppo spesso attraversata da incidenti, sbandamenti, scivolate, sciatterie.
Lo dicono le statistiche, non gli stati d'animo, non la voglia di alzare polveroni demagogici. Il controllo di qualità sulla sanità italiana, lo dice lo stesso ministro, va monitorato con una continuità e una attenzione che non si rintracciano. La rete telematica è ormai infestata di siti che raccontano di vicende dolenti e sciagurate di malasanità, Un rapporto ufficiale di un paio d'anni fa stimava dalle 450 alle 700 mila le infezioni contratte dai degenti per cause scollegate alle loro patologie. Dai quattromila ai settemila decessi il bilancio di questa triste contabilità. Cifre malefiche che non si sono spostate di una virgola negli ultimi vent'anni: il 6,7 per cento dei ricoverati si ammala oggi come ieri. Nei reparti di terapia intensiva le infezioni salgono al 34,2 per cento: la soluzione sarebbe scappare il prima possibile. Non sempre si può.
Pochi mesi fa a un convegno di oncologi venne annunciato che sono novanta al giorno i morti per errori medici. La cifra fece inorridire. Dissero che s'erano sbagliati. Preferirono passare per scadenti ragionieri che per macellai in sala operatoria.
E' importante precisare che accanto a questa panoramica di lacrime e sangue esiste e resiste una sanità consapevole, avanzata, anche d'eccellenza e una diffusa professionalità della classe medica. E tuttavia l'asticella della qualità va alzata e di molto: è l'unico modo per abbassare i rischi.
Altrove non va meglio. Michael Moore, premio Oscar per Bowling for Colombine, nemico giurato di George W. Bush, va raccogliendo storie di malasanità per farne un film di denuncia: «... le organizzazioni sanitarie non lo sanno, quindi non diteglielo...». Si dice che, senza il contributo di storie italiane, sia già sommerso dal materiale che scotta.