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Polonia la Nuova Inquisizione

• da Corriere della Sera del 18 aprile 2007, pag. 1

di Piero Ostellino

In un bel libro sulle rivoluzio­ni americana e francese, Hannah Arendt scrive che i regimi che le rivoluzioni generano asso­migliano a quelli che hanno ab­battuto. Gli americani avevano lottato contro l'Inghilterra colo­nialista, non contro il costituzio­nalismo inglese; così, il sistema politico americano è quanto di meglio il liberalismo britannico di fiume e di Smith, permeato di scetticismo, aveva espresso con l'Illuminismo scozzese.

 

I francesi, con la loro rivoluzione de­mocratica permeata di razionalismo utopico, avevano trasferito al «popo­lo» gli stessi poteri assoluti del re che avevano abbattuto, dando forma alla filosofica «volontà generale» di Rousseau che molto avrebbe finito con asso­migliargli se non fosse stata mitigata dal costituzionalismo di Montesquieu, mutuato dal sistema inglese.

 

Ora, la Polonia democratica — in un rigurgito di furore anticomunista — sembra voler riproporre, a diciotto anni dalla fine del comunismo e sia pu­re nella misura dell'autodenuncia, una sorta di moderato Terrore giacobino analogo a quello che aveva divorato in Francia gli stessi figli della grande Ri­voluzione del 1789. Persino Walesa, Kuron, Micnik e Geremek, gli uomini che avevano messo in ginocchio il regi­me filosovietico, hanno rischiato di passare per «collaborazionisti». Così, la richiesta di una «confessione di mas­sa», che coinvolge oltre 700mila polac­chi, finisce con assomigliare, non del tutto accidentalmente, alle purghe sta­liniane, minacciando di far precipitare il Paese nell'incubo di un lungo e dram­matico «buio a mezzogiorno». La Po­lonia pacifica e europea sta scrivendo, sotto la direzione non propriamente li­berale dei fratelli Lech e Jaroslaw Kaczynsky, una pagina che — per dir­la con la Arendt — sembra più un ri­flesso, più una specie di lascito totalita­rio che una corretta e democratica esigenza di giustizia.

 

Nella rete dell'Istituto per la memo­ria nazionale di Katowice è caduto — né avrebbe potuto sottrarsene — il ge­nerale Wojciech Jaruzelski, accusato di «crimine comunista» per aver decretato la legge marziale nel 1981. L'atto di accusa è ampiamente comprensibi­le, persino giustificabile allo stato de­gli atti, certamente condiviso da milio­ni di polacchi che, in quegli anni, soffri­rono persecuzioni e condanne in no­me della libertà, della democrazia e, soprattutto, dell'affrancamento dall’Unione Sovietica. Ma è proprio sulla base di questa storica aspirazione all'indipendenza e all'autonomia dalla Russia — patrimonio secolare della nazione polacca — che all'accusa di «crimine comunista» andrebbe asso­ciato il riconoscimento al generale Ja­ruzelski di «contributo alla causa na­zionale».

 

Ne avevo parlato con lui, anni fa, nel corso di una lunga conversazione — in russo, la sola lingua, oltre il polac­co, che parla — girando intorno nel cortile della casetta dove abitava. «So — mi aveva detto — che i miei compa­trioti mi odiano per quello che ho fat­to e non posso dar loro torto. Ma, se non avessi "invaso" io stesso il Paese con le nostre forze armate e imposto la legge marziale, lo avrebbero fatto i rus­si con i loro carri armati e sarebbe an­data peggio. I polacchi hanno perse­guitato e a volte ucciso altri polacchi, e per me è il dolore più grande». Erano gli stessi sentimenti che — durante una cena a due di qualche anno dopo, in Vaticano — mi aveva espresso il «Papa polacco», usando l'espressione «imperialismo russo» invece di Unio­ne Sovietica. Jaruzelski aveva cono­sciuto l'inquisizione staliniana. Sareb­be davvero paradossale se rivivesse ora lo stesso incubo nella Polonia indi­pendente.

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