Scheda. P2, P38, P-Scalfari (e poi Moro, Sindona, Calvi, D’Urso, Cirillo e altri ancora)

C’è un filo rosso che lega episodi apparentemente slegati, che hanno segnato l’intero arco degli anni Settanta-Ottanta. Vicende che prendono il nome dei loro protagonisti: caso Moro, caso D’Urso, caso Sindona, caso Calvi, caso Cirillo…

Il contesto: siamo negli anni della “unità nazionale” e del “compromesso storico”, cioè quella politica della “ammucchiata” che vede all’opposizione i Radicali e pochi altri. In quell’arco di tempo (1975-1980) si cementa e si costruisce anche visivamente un’alleanza fatta di spartizione e di occupazione di potere che vede uniti Dc e Pci e solo episodicamente il Psi e i partiti laici. Sono gli anni in cui vengono varati provvedimenti in materia di giustizia e di ordine pubblico, che imprimono allo Stato e alle istituzioni svolte autoritarie, accompagnandosi a provvedimenti in campo sociale il cui fine è consolidare le strutture di un regime sempre più corporativo e illiberale.

Oggi appare chiaro quello che allora pochi osavano sostenere: che accanto a una esibita politica muscolare di repressione, si accompagnava una sostanziale connivenza con il terrorismo di apparati dei servizi segreti, di settori più o meno deviati dello Stato e di parte della classe politica. Il nucleo duro di questo “partito” è costituito dal Pci, al quale è utile alimentare un clima di emergenza permanente, per meglio consolidare l’intreccio di potere con la Dc. Il terrorismo e gli attentati di quegli anni non hanno tanto un effetto destabilizzante, quanto piuttosto una funzione “stabilizzatrice”: sono il cemento su cui poggia la “unità nazionale”, che altrimenti non avrebbe trovato giustificazione.

I Radicali denunciano per primi le trame della Loggia P2 di Licio Gelli e di altre simili consorterie, che vengono utilizzate non per impadronirsi dello Stato (alla P2 già aderiscono i vertici di tutte le istituzioni, non hanno bisogno di conquistare il potere: lo detengono) bensì per consolidare la gestione di affari illeciti.

In questa chiave si può leggere lo scontro nel ‘78 sul caso Moro, tra le esigue forze che non lasciano nulla di intentato per salvare il presidente della Dc, attraverso pubbliche iniziative di “dialogo” e la richiesta di un dibattito parlamentare, e il più numeroso schieramento che fin dall’inizio accetta la situazione, e invece di operare per la liberazione di Moro lavora soprattutto per contrastare quanti cercano di salvarlo. Moro “deve” morire, perché se si salvasse minaccerebbe gravemente gli equilibri esistenti. In questo senso è ancor oggi illuminante e preziosa la lettura de “L’Affaire Moro”, scritto da Leonardo Sciascia, e la sua relazione di minoranza alla Commissione parlamentare d’inchiesta sulla vicenda.

Della stessa natura il conflitto sul caso del giudice Giovanni D’Urso, rapito dalle Brigate Rosse nel dicembre del 1980 e liberato nel gennaio successivo. In quei giorni i Radicali riescono, senza condurre alcuna trattativa, a sviluppare una straordinaria iniziativa di “dialogo” con le Br, che si realizza grazie a “Radio Radicale”. Se i Radicali, spalleggiati dal Psi, non avessero strappato il “miracolo” della salvezza di D’Urso, probabilmente il cadavere del magistrato sarebbe stato utilizzato come grimaldello per un’effettiva svolta di regime. A questo scopo erano già pronte le componenti più autoritarie della partitocrazia, assieme a forze esterne al Parlamento, mascherate dietro la proposta di un “governo dei tecnici”, sostenuta dal gruppo editoriale “Repubblica-Espresso” di De Benedetti e Scalfari e dalla stessa Loggia P2, in quei mesi ai vertici del potere e del dominio sugli affari, sui servizi segreti e sul mondo politico. Per questo i Radicali coniano lo slogan “P2, P38, P-Scalfari”.

A queste vicende non è probabilmente estranea neanche la morte del generale dei Carabinieri Enrico Mino, che si schianta misteriosamente con il suo elicottero sull’Aspromonte. “Un delitto”, ha più volte denunciato Pannella senza mai essere smentito, con una lettura dei fatti originale ma non per questo fantasiosa, che il leader radicale ha avuto modo di esporre compiutamente solo in un’occasione: quando la Commissione parlamentare d’inchiesta sulle stragi, presieduta da Giovanni Pellegrino, ormai avviata a conclusione, decide di ascoltarlo.

Un viluppo di potere e malaffare, intrecci e vicende che emergono chiaramente solo a darsi la pena di leggere, per esempio, le relazioni radicali di minoranza sull’affare Sindona. I Radicali sono i primi a esigere una commissione d’inchiesta, attraverso la quale viene alla luce il bubbone della P2; o sui fondi neri dell’Iri; o sul caso del rapimento dell’assessore napoletano Ciro Cirillo, da parte delle Br di Giovanni Senzani: tutte vicende paradigmatiche. Quella dei fondi neri Iri costituisce uno dei maggiori scandali della storia repubblicana, compiuto dai partiti di regime ai danni dello Stato e della collettività; il caso Cirillo svela un vergognoso intreccio tra camorra, servizi segreti, Brigate Rosse e Democrazia Cristiana. Sullo sfondo, il terremoto che ha devastato l’Irpinia e il colossale latrocinio che si è consumato all’ombra del terremoto. Si può così arrivare fino agli anni ’80 e al maxi-blitz contro la camorra, che porta in carcere, tra gli altri, Enzo Tortora.

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