Il tour della monnezza

Emergenza rifiuti in salsa lucana

I problemi inerenti al ciclo dei rifiuti in Basilicata arrivano da lontano e la piccola Basilicata, anche se potrà sembrare paradossale, vive da tempo una situazione emergenziale che ricorda quanto avvenuto nella vicina Campania. Proprio come in Campania, il disastro ambientale lucano è frutto dello scontro tra i due monopoli che hanno letteralmente sabotato negli anni la raccolta differenziata: quello “arcaico” dei clan delle discariche, che da sempre inquinano terreni, e quello “tecnologico” delle lobby degli inceneritori, che eliminano le discariche, ma inquinano l’aria con micidiali emissioni, furani e polveri sottili. Il paradosso lucano è tutto nella lettura dei dati Ispra(Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale). La produzione dei rifiuti in Basilicata è passata dalle 237.261 tonnellate del 2004 alle 228.215 tonnellate del 2008.

La produzione procapite di rifiuti è passata dai 398 kg del 2004 ai 386 del 2008. La Basilicata è la regione italiana che fa registrare il più basso tasso di produzione procapite di rifiuti, in una realtà che nel 2009 ha fatto registrare un ulteriore decremento demografico(-1722 residenti). Eppure, la piccola Basilicata in materia di trattamento dei rifiuti indossa una bella maglia nera: produce poca spazzatura, ma è al terzultimo posto per quanto riguarda la raccolta differenziata, con una percentuale di poco superiore al 9 per cento. I dati Ispra dicono che tra il 2006 e il 2009 la percentuale di rifiuti conferita in discarica è cresciuta del 20%. L’80% dei rifiuti prodotti finisce in discarica e la restante parte viene incenerita. Il compostaggio, che potrebbe risolvere molti problemi e favorire la raccolta differenziata da parte dei comuni, è invece pari allo 0%, perché non esistono impianti funzionanti. Oggi parlare di ciclo dei rifiuti in Basilicata significa parlare del “Tour della monnezza” denunciato dalla Ola(Organizzazione Lucana Ambientalista) e di discariche che collassano e inquinano il nostro territorio. Si fa un gran parlare di raccolta differenziata, ma risulta evidente che la Basilicata continua a viaggiare sul pericoloso e poco virtuoso binario discarica/inceneritori. Poco virtuoso, ma di certo redditizio per qualcuno e anche utile per chi fa della regione Basilicata una meta per lo smaltimento illecito di rifiuti.

Buona parte delle discariche lucane è stata costruita con uno scarso livello di impermeabilizzazione, senza un sistema di collettamento e recupero energetico biogas e senza gran parte degli accorgimenti che impediscono la contaminazione con le matrici ambientali a contatto. E i risultati si vedono: da Ferrandina a Senise, passando per Tricarico, Potenza(Pallareta), Maratea, Moliterno, Colobraro, un lungo elenco che assomiglia ad un bollettino di guerra e racconta l’incapacità di una classe dirigente che non ha saputo, e in qualche caso non ha voluto, innescare una gestione virtuosa del ciclo dei rifiuti. Nella regione che ospita due SIN(Siti di bonifica di interesse nazionale) non bonificati, con veleni che da tempo inquinano le falde acquifere e la terra, anche dalle discariche arriva un contributo all’avvelenamento delle falde, delle dighe e dei terreni. A Tricarico(MT), il 30 aprile 2009, il NOE accerta che presso la locale discarica di Rsu(Rifiuti solidi urbani) sono stati smaltiti rifiuti speciali pericolosi, provenienti da una conceria di Avellino. Le cronache parlano di 4 persone denunciate. Un caso isolato? Per niente. A spulciare le cronache ne troviamo altri. Dicevamo di discariche che inquinano alcune aree della Basilicata: è il caso della dismessa discarica di Rsu di Ferrandina(MT), un altro “non luogo lucano” dimenticato e, forse, da far dimenticare. La discarica in oggetto è stata ubicata in una zona franosa; i pericolosissimi percolati, mescolati alle argille, hanno creato un micidiale mix di melme tossiche.

Il disastro di oggi era scritto nella relazione di due geologi(D’Ecclesiis e Lorenzo), pubblicata sul periodico “Geologia, ambiente e Territorio” con il titolo “Frane ed evoluzione rapida lungo il fosso Camardi”. Mai come in questo caso si può parlare di un dissesto idrogeologico figlio del dissesto ideologico. In “Basilicata land to land”, il giornalista Freelance Andrea Spartaco parla di “rivoli di percolato nel fiume e pecore che mangiano erba contaminata”. Lo stesso Spartaco scrive: “Il disinteresse per una visibile situazione di rischio è il vero dato allarmante. L’omertà per il posto in cui si vive, per la possibilità di contaminazioni alimentari. Gli animali faranno il latte, poi verranno i prodotti caseari, infine, li mangeremo, chiamandoli “tipici” o “locali”.” Il percolato, con ogni probabilità, è finito nel torrente Vella, anch’esso affluente del martoriato Basento. L’Associazione “Ambiente e legalità” sostiene che non ci sia più traccia del progetto riguardante la dismessa discarica di località Casalemi. Chiudiamo un capitolo, quello della discarica di Ferrandina, e ne apriamo un altro, relativo alla discarica comunale di Senise(PZ), dismessa nel maggio del 2004. Nell’aprile 2009, il Corpo forestale dello Stato sequestra la discarica dismessa. La Forestale riscontra lungo il corso d’acqua denominato Fosso Palombara “un evidente stato d’inquinamento delle acque”. Gli agenti della Forestale verificano che l’inquinamento è stato provocato dall’immissione di percolato proveniente dalla vecchia discarica di Senise. In base a quello che leggiamo sul sito del Corpo Forestale dello Stato, “il liquido inquinante” aveva raggiunto anche la diga di Montecotugno. Particolare non irrilevante, la discarica è ubicata a pochi metri in linea d’aria dalla Diga di Montecotugno(uno dei bacini idrici più importanti d’Europa), in c/da Palombara e in un’area a rischio frana.

Come se non bastasse, la discarica comunale di Rsu ubicata in c/da Fossi, e utilizzata prima dell’entrata in funzione della discarica di c/da Palombara, sta lentamente “camminando” verso valle, in un punto che si ricongiunge proprio a Fosso Palombara. Insomma, la monnezza sta franando verso la diga. Potrà sembrare incredibile, ma è proprio in località Fosso Palombara che il “Piano provinciale dei rifiuti” ha previsto l’ubicazione di una discarica da 300000 mc di rifiuti speciali. Una nuova discarica a ridosso dell’invaso di Montecotugno e in una zona a rischio frana! Verrebbe da chiedersi se sia una decisione saggia e assennata quella di ubicare una discarica di rifiuti speciali in prossimità di una diga e in una località a rischio frana. A Senise la parola frana fa riaffiorare i dolorosi ricordi del 26 luglio 1986, quando un movimento franoso di grandi dimensioni provocò la morte di 8 persone e la distruzione di un gruppo di fabbricati di recente costruzione. Il Professor Troncone(Università della Calabria), in un documento intitolato “Un analisi della frana di Senise”, afferma:“il collasso si è verificato a seguito di un fenomeno di rottura progressiva indotto dall’esecuzione di uno scavo di sbancamento ai piedi del pendio.” La ditta che dovrebbe costruire la discarica di rifiuti speciali in località Fosso Palombara, la Ageco Srl di Tito scalo, si è impegnata a versare al Comune di Senise una royalty del 5% ed ad assumere una ventina di lavoratori.

Dalla Provincia di Potenza ci spostiamo di nuovo in provincia di Matera e per la precisione a Colobraro(MT), dove, il 28 maggio di quest’anno, i Carabinieri, a seguito di una denuncia da parte di alcuni agricoltori, hanno accertato la fuoriuscita di percolato dalla discarica di Rsu di proprietà della Comunità montana Basso Sinni di Tursi. La discarica posta sotto sequestro era stata riaperta dopo un periodo di stop dovuto a lavori di adeguamento successivi ad una frana.  Ritornando alla Provincia di Potenza e a Potenza città, si potrebbe citare la discarica di Pallareta, che oltre ad essere esaurita è anche inquinante.
Si potrebbe continuare a lungo con l’elenco di discariche legali e abusive che inquinano il territorio e di certo ci si potrebbe chiedere se in alcune di queste discariche non siano stati smaltiti rifiuti pericolosi. Quel che è certo, è che la nave del ciclo dei rifiuti solidi urbani della Basilicata sta affondando e che la crisi viene affrontata a colpi di ordinanze emergenziali, con i costi di smaltimento che lievitano e la monnezza che viaggia da un capo all’altro della regione.
Nella realtà che abbiamo provato a tratteggiare sorge spontanea una domanda: a chi giova e a chi ha giovato l’emergenza rifiuti lucana? Mentre si continua a viaggiare sul binario discariche/inceneritori e la raccolta differenziata langue, i costi di smaltimento dei rifiuti sono passati in poco tempo da 103 a 170 euro a tonnellata. Chi fa affari con la monnezzopoli lucana? Perché una regione come la Basilicata, scarsamente popolata e con una densità abitativa di 59 abitanti per km quadrato, non è riuscita in tanti anni ad innescare un ciclo dei rifiuti virtuoso? Chi guadagna con la costruzione e la gestione delle discariche, con gli inceneritori e il trasporto della monnezza e con inceneritori camuffati da centrali a biomassa?

Uno dei capitoli più interessanti della vicenda rifiuti lucana lo registriamo con il fallimento di Alesia. Alesia nasce nel 2000 a Latronico(PZ) ed è uno dei primi esempi in Italia di società a capitale misto. Di fatto, l’Alesia è stata semplicemente un contenitore clientelare a disposizione del ceto partitocratico. Dieci anni dopo, Alesia è fallita nel peggiore dei modi, con strascico giudiziario e con i piatti che volano tra parte “privata” e parte “pubblica”. Il 6 giugno, il titolare della Econergy srl, parlando del fallimento di Alesia, ha accusato la parte pubblica, affermando che “esponenti politici locali” avrebbero socializzato i costi caricandoli sulla società mista e privatizzato gli utili a favore della ditta che da dieci anni gestisce la discarica di Lauria(PZ). Particolare curioso, dalla lettura della visura camerale storica di Alesia srl apprendiamo che nel 2006 la Bioeco srl, società in liquidazione, cede le sue quote all’Ecoenergy srl. Bioeco ed Ecoenergy hanno entrambe la loro sede sociale a Potenza in Via dell’Edilizia. La Bioeco, in base alle ipotesi formulate dagli inquirenti, risulta coinvolta nello smaltimento dei fanghi stoccati nella vasca fosfogessi di Tito Scalo. Su Fai Notizia abbiamo postato una lunga intervista al sindaco di Latronico, nella quale il primo cittadino parla della vicenda Alesia. A Marzo, a Latronico(meno di 5000 abitanti) la raccolta dei rifiuti si è bloccata per 8 giorni.
Temo che, andando avanti di questo passo, la vicenda rifiuti lucana possa concludersi con una bella gestione commissariale. E, come insegna l’esperienza campana, non c’è niente di meglio in Italia, per oliare certe ruote, che una bella “emergenza”.

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