Quando lui sfiduciò Cossiga

da Il Giornale
Gennaro Sangiuliano

 

Dicembre 1991, i gruppi parlamentari del Pds riuniti in assemblea comune, approvano la richiesta di impeachment dell’allora presidente della Repubblica Francesco Cossiga, a proporlo con un lungo e veemente discorso è il segretario Achille Occhetto. La mozione del vertice di Botteghe Oscure (che era ancora la sede dei post-comunisti) ottiene il sì di 104 deputati e 44 senatori, votano contro 37 parlamentari di area migliorista. L’atto con cui il Pds chiedeva la messa in stato d’accusa di Cossiga è un documento durissimo, quaranta cartelle, articolate in ben 29 «notizie di reato», così definite testualmente, un dossier degno dei processi staliniani nella Mosca degli anni Trenta. Giulio Quercini veste i panni dell’accusatore. Cossiga, argomenta il deputato senese, ha provocato «una crisi istituzionale gravissima, dominata dal pericolo di cambiamento della forma di governo con mezzi non consentiti dalla Costituzione». Per questo, aggiunge, il Pds ha imboccato «la via prevista dal nostro ordinamento per affrontare tali situazioni di pericolo, il ricorso all’articolo 90 della Costituzione».
Tra i big del Pds dell’epoca c’è anche Giorgio Napoletano, che è il leader dell’ala migliorista, nella stagione che segnava la fine del centralismo democratico e registrava un’apertura, in verità ancora timida, della dialettica interna. Il futuro presidente della Repubblica definisce come «comportamenti inaccettabili» quelli del capo dello Stato Cossiga. Tuttavia, non concorda sul metodo adottato. «Sarebbe stato più efficace sforzarsi», afferma Giorgio Napolitano, «di costruire anzitutto un arco di forze parlamentari in grado di indurre Cossiga a prendere atto dell’inevitabilità delle sue dimissioni». La posizione dei miglioristi è divergente sulla forma ma nella sostanza converge soprattutto nelle affermazioni del suo leader Napolitano, «comportamenti inaccettabili» e «inevitabilità» delle dimissioni di Francesco Cossiga.
Il Comitato parlamentare per i procedimenti d’accusa archiviò la richiesta il 12 maggio 1993 con 24 voti favorevoli e 9 contrari affermando che gli atti di Cossiga non erano «finalizzati a sovvertire l’ordine costituzionale». Fu lo stesso Cossiga a sollecitare l’esame della richiesta di impeachment, quando i proponenti l’avevano, di fatto, abbandonata nei cassetti; e nonostante la decisione giungesse quando il clima si era rasserenato i membri del Pds dichiararono ufficialmente: «La decisione pretende di archiviare uno dei passaggi più bui della nostra storia repubblicana». Prima di Francesco Cossiga c’era stato solo un altro caso di ricorso all’articolo 90 della Costituzione, con la richiesta di impeachment di Giovanni Leone, sempre da parte del Pci, legato al cosiddetto affare Lockheed. Leone si dimise volontariamente sotto la pressione di una campagna di stampa ma i fatti scagionarono il presidente giurista, al punto che il suo principale accusatore, Marco Pannella, anni dopo dovette ammettere l’errore.
La definizione più efficace di quelle richieste la dette lo stesso Cossiga quando a vicenda chiusa affermò: «Mi auguro che si chiuda per sempre la pratica deplorevole della via giudiziaria del confronto politico». Per molto tempo la storia costituzionale repubblicana si era orientata a una valutazione restrittiva dei poteri di intervento del presidente della Repubblica, per cui la Costituzione non prevede alcun potere presidenziale di esternazione diverso da quelli formali che si esercitano attraverso i messaggi al Parlamento (artt. 74 e 87 cpv.). Sul piano storico si ricordino le presidenze di Gronchi, Segni, Saragat, Leone. Ciò sarebbe l’immediata conseguenza del dovere di estraneità del capo dello Stato alle questioni politiche partigiane. Gli stessi messaggi il presidente li rivolge al Parlamento e non alla «Nazione» come avviene nella Costituzione francese della V Repubblica. Del resto, il presidente della Repubblica italiana, secondo il disegno costituzionale (si guardino gli atti dell’Assemblea Costituente), non è in relazione diretta con il popolo, perché come argomenta un giurista autorevole come Gustavo Zagrebelsky, non è legato al popolo «neanche da un rapporto di rappresentanza meramente istituzionale». Il capo dello Stato rappresenta l’unità nazionale (art.87, primo comma) ma questo sarebbe un riferimento a un valore ideale come quello dell’unità nazionale.
Secondo questa impostazione costituzionalista, l’articolo 90 della Costituzione ci farebbe capire che fuori dell’esercizio delle sue funzioni il presidente risponde dei suoi atti come ogni cittadino. I giuristi giungono addirittura ad elencare gli atti «esterni»: interviste informali, telefonate, lettere private o discorsi a tu per tu del cui contenuto sia autorizzata la diffusione, perfino l’indiscrezione di personaggi autorizzati. Lasciando da parte le pur interessanti questioni poste dalla dottrina costituzionale resta, su questo terreno, un dovere di coerenza istituzionale. Si può accettare un presidente della Repubblica «agente» e meno «arbitro» ma ciò presuppone due condizioni: la fine dell’inviolabilità delle affermazioni del capo dello Stato e soprattutto una riforma costituzionale presidenzialista che apra le porte all’elezione diretta da parte dei cittadini, capace di una vera rappresentanza popolare.

© 2010 da Il Giornale. Tutti i diritti riservati

Mettiti in contatto con noi

 

DIFFONDI LA CAMPAGNA