Ci vogliono i coglioni per esser froci

Libero Quotidiano

Per gentile concessione dell’editore Nuovi Equilibri, pubblichiamo alcuni estratti dal nuovo libro di Angelo Pezzana Un omosessuale normale (pp. 256, euro 15). Nel 1971 Pezzana ha creato il "Fuori!", il primo movimento di liberazione omosessuale in Italia. A lungo attivista del partito radicale, ha firmato numerosi articoli per Libero. Dal suo libro – che contiene ricordi di vita, polemiche e strepitosi ritratti – abbiamo selezionato alcuni passaggi, tagliando il testo per motivi di spazio e non, ovviamente, di censura. Abbiamo scelto di riportare quel che Pezzana scrive di alcuni personaggi noti della cultura italiana, senza peli sulla lingua né ipocrisie.

Dario Fo
Negli anni Sessanta e Settanta (dopo non so, perché non sono più andato a vedere un suo spettacolo) il futuro premio Nobel era solito attaccare il potere democristiano usando mezzi che suscitavano sì forti risate e il deliquio del pubblico, ma che prendevano in giro uomini come Andreotti, scimmiottato da Fo che si fingeva gobbo. Oppure Mariano Rumor perché era frocio e allora era un’orgia di mossettine effeminate e di battutacce sulle inclinazioni sessuali di quell’uomo politico. Era questa la grana "culturale" del grande artista: usava l’omosessualità per sollazzare il pubblico oppure derideva i difetti o le malformazioni fisiche per demolire l’immagine di un politico. Razzismo antropologico, omofobia miserabile. Quel suo ghigno, che piaceva tanto a tanti, a me fu odioso. Di quel giudizio non mi sono mai pentito.
 
Franca Valeri
Che l’Eterno mi perdoni, ma non ci sono Judy Garland o Barbra Streisand che tengano. In Italia l’unica vera e insostituibile icona gay ha un solo nome: quello di Franca Valeri. (…) Siamo in debito con lei se in quegli anni di moralismo asfissiante, se in una società che o evitava di parlarne o si dava di gomito è stato possibile fare dell’ironia intelligente e briosa sull’omosessualità. Franca ci prendeva tutti in giro mentre esplodevano gli applausi a scena aperta davanti a quelle rappresentazioni femminili nelle quali potevamo riconoscerci tutti, uomini compresi.
GianniVattimo
Ogni tanto Gianni Vattimo fa parlare le cronache per qualcosa che ha a che vedere con la sua omosessualità. Conoscendo bene il suo percorso, posso testimoniare di come ci si possa inventare una militanza senza che sia mai esistita.(…). Ma ciò che mi disturba in Vattimo è la sudditanza ai regimi autoritari, una pulsione masochistica che però il professore realizza senza mai correre pericolo. Una sudditanza che apre molte porte, come quella cubana, isola infelice nella quale gli omosessuali vengono incarcerati e dove trovano, sovente, la morte. (…) È rimasto famoso un suo articolo sulla "Stampa’, nel quale tesseva le lodi del regime cubano, in particolare di Fidel, usando espressioni e lodi sperticate che eravamo abituati a sentire solo dai fanatici del fascismo-nazismo- comunismo. Senza pudore, superando il limite del ridicolo, Vattimo, tra una leccata e l’altra, non se l’è sentita di fare al dittatore una domandina piccola piccola: "Mi dica mio amato Fidel, con gli omosessuali come la mettiamo? È vero o non è vero che le sue carceri ne straripano? È vero o non è vero che usate l’omosessualità per massacrare gli oppositori? Perché, vede, caro líder maximo, lei ha davanti a sé il filosofo più celebre del mondo ma si dà il caso che io sia anche gay. Non è che per caso avrebbe voglia di rispondermi?". Col cavolo che Vattimo gliel’ha chiesto. Il filosofo cortigiano si è fatto bastare gli onori che riceveva distogliendo lo sguardo da argomenti che potevano imbarazzare il carnefice.
Aldo Busi
 Lo dico subito: ad Aldo voglio bene. E confesso la mia incertezza prima di scrivere queste righe che certamente lo irriteranno. Ma poiché credo che di bene me ne voglia anche lui, ci provo lo stesso. Conosco Aldo Busi da quando nel 1984 uscì Seminario sulla gioventù che lo rivelò a un pubblico vasto, attento ed esigente. Era nato un nuovo e autentico scrittore. E in più omosessuale. Ecco, scrivendolo, so che gli darò un gran dispiacere perché Busi, pur essendo uomo combattivo e privo di ogni pudicizia, capace di vere irriverenze e insofferente nei confronti di ogni perbenismo, unico nel fiacco panorama letterario italiano, di fronte alla possibilità di essere incorniciato in una qualsiasi categoria che lo costringa a essere qualcosa di riconoscibile, s’infuria. (…) L’idea che mi sono fatto è che dentro ad Aldo Busi convivano due personalità: una, pubblica, che gli fa sostenere con convinzione di essere il più grande scrittore del mondo fino al punto da persuadere anche il più ostinato e refrattario dei suoi interlocutori che alla fine cede spossato. Intendiamoci. Penso che Busi sia davvero un autentico scrittore con doti fuori dalla norma. Questo non mi impedisce di sorridere alle sue, peraltro deliziose, iperboli. Ma c’è anche un secondo Aldo Busi, ilare e sereno, niente affatto aggressivo, attento e interessato a chi gli sta di fronte, curioso del mondo, grande lettore e critico meditato. Mai banale, mai scioccamente vanitoso. Un uomo che possiede doti non solo letterarie ma anche umane.
 
E che, prima o poi, se lo vorrà, dovrà fare i conti con la propria identità sessuale. Se poi non gli dovesse piacere questa definizione, che ne inventi un’altra. Doti linguistiche per farlo ne ha in abbondanza. Ma alla parrocchia si appartiene anche se non ci si vuole iscrivere. L’ha stabilito un’Entità che non conosciamo personalmente e a cui possiamo dare il nome che vogliamo – Dio, Caso, Natura, Dna. Caro Aldo, visto che tu non hai mai avuto paura di scandalizzare usando parole proibite, accetta questa che ti offro come un regalo: frocio. Si, proprio questa parola, che detta da un amico può avere un suono dolce, di vero affetto.
 
Valentino
Valentino ha celebrato tempo fa i quarantacinque anni della sua prodigiosa attività. La stampa ha tessuto meritati elogi. Dalle sue interviste emerge un personaggio di una banalità allarmante, tanto da non credere che chi ragiona in modo così convenzionale sia anche un grande creatore di moda.(…). Parlando di Valentino è impossibile non parlare di Giancarlo Giammetti, partner nella vita e nel lavoro che oggi si potrebbe definire anche ‘compagno’, termine forse ancora vago e opaco ma sufficiente a far intendere la natura della loro relazione. Alla quale accenna lo stesso Valentino con parole leggere e sfuggenti anche se lui le definirebbe "eleganti": «Lo conobbi quarantacinque anni fa al Café de Paris a Roma. I tavoli erano tutti pieni, lui era solo e invitò me e i miei due amici a sedermi al suo. Poi lo rividi a Capri e cominciò la nostra avventura, ci inventammo questo lavoro insieme».
Dove la parola avventura può alludere al lavoro comune piuttosto che alla vita privata di entrambi. Questi quarantacinque anni insieme sono entrati ufficialmente nella sua biografia, anche se credo che la cosa non l’abbia mai interessato più di tanto.

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