Tassare il business, non la fede

di Paolo Martini

La questione dell’esenzione Ici degli edifici destinati da enti ecclesiastici ad attività di tipo commerciale, non è questione “futile”. Con Gabriele Di Bella posso concordare senza problemi: il fatto che sia comparsa su Facebook una apposita campagna, con centinaia di migliaia di “I like it” non è affatto una prova della sua solidità. Anzi.

Ma qui non di Facebook si vuole parlare, né della leggerezza con cui si aprono e si chiudono campagne nel mondo della rete. Al contrario, si vuol parlare di questioni molto più concrete.
Non per toccare l’opera di carità della Chiesa Cattolica. Né per discettare sul valore del welfare diffuso e dei servizi erogati da istituzioni religiose. 
Quello su cui si chiede di riflettere – alla politica, prima ancora che alla Chiesa – sono i fatti.
C’era una legge, che fin dal 1992, elencava una lunga serie di edifici esenti dall’Imposta comunale sugli immobili. Compresi quelli religiosi.
Ma nel 2004 arrivò una sentenza della Corte di Cassazione, sezione tributaria civile, che diceva testualmente: “Il beneficio dell’esenzione dall’ICI non spetta in relazione agli immobili, appartenenti ad un ente ecclesiastico, che siano destinati allo svolgimento di attività oggettivamente commerciali”. Quella sentenza si riferiva ad un istituto religioso – l’Istituto suore zelatrici del sacro cuore Ferari – che era stato chiamato in causa dal Comune de L’Aquila. Il Comune chiedeva il pagamento dell’Ici per alcuni locali dell’Istituto “adibiti a Casa di Cura e a Pensionato per donne anziane e per studentesse universitarie”.
Se cercate in rete questo Istituto – tra parentesi – lo trovate spesso in elenchi di imprese. Non lo è, ne siamo certi. Ma la sentenza non chiedeva a tutto l’Istituto di pagare l’Ici. Chiedeva di farlo per quegli immobili usati per finalità commerciali. Cioé per svolgere le funzioni – immaginiamo – di un albergo, un pensionato, un ostello.
Alcuni emendamenti presentati dai Radicali alla manovra chiedono proprio questo. Che in caso di attività commerciali, l’Ici sia pagata. Ci provarono anche qualche anno fa, quando – per superare quella famosa sentenza della Cassazione – si scrisse nella legge che l’esenzione valeva sempre, “a prescindere dalla natura eventualmente commerciale delle stesse” attività. Per evitare altri ricorsi. Ma in Aula, a votarli, furono in pochi (evasori e massoni, direbbe Avvenire).
Oppure, si può decidere che anche queste attività – oggettivamente commerciali, ma animate da nobili finalità – non debbano pagare l’Ici. Basterebbe dirlo, invece di parlare di carità. O di Facebook.

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