Se il Molise paga meglio dello stato di New York

Corriere della Sera
GIAN ANTONIO STELLA

Barack Obama, che come presidente americano guadagna al lordo 34.416 euro l’anno meno del presidente provinciale di Bolzano Luis Durnwalder, dice di non avere dubbi: «Dobbiamo chiedere alle persone più fortunate come me, alle società che possiedono i jet, ai petrolieri, ai miliardari, di condividere i sacrifici…». Mettiamo, per pura ipotesi, che si dimezzasse lo stipendio da 400 a 200 mila euro: quanto ci guadagnerebbero, i suoi connazionali?

Poco o niente: quel taglio rappresenterebbe molto meno di una briciola rispetto ai 14.500 miliardi di dollari di buco.

Ma Obama, mentre invita ciascuno a prendersi le sue responsabilità rinunciando alle proprie «vacche sacre», sa che non può chiedere un solo centesimo ai concittadini più poveri se «prima» (prima!) non taglia i costi e i privilegi della politica. E parliamo di vacche più magre delle nostre. Qualche esempio? Stando al sito ufficiale dei Consigli regionali (www.parlamentiregionali.it), lo stipendio netto (non lordo: netto!) di un consigliere molisano, tra indennità e rimborsi, arriva a 10.255 euro. Quello di un consigliere segretario pugliese a 11.461. Quello di un semplice deputato sardo a 11.417. Quello del presidente della giunta del Veneto a 12.615. Del suo collega calabrese a 13.353.

Vale a dire che ognuno di questi, come spiega una tabella sulle indennità nel 2011 ricostruita da Antonio Merlo, della University of Pennsylvania, prende più di quanto guadagna al lordo (al lordo!) il più pagato dei governatori americani. Che è quello dello Stato di New York, che prende 10.612 euro al mese. Dai quali, ovvio, vanno tolte le tasse e tutto il resto. Di più: ogni governatore statunitense ha in busta paga, mediamente, 93.450 euro, 7.787 al mese. Lorde. La metà di quanto prende al netto il presidente della Regione Sicilia. E non parliamo degli ultimi: il governatore del Maine, il più sottopagato, porta a casa al mese 4.150 euro lordi: molto meno del più «sottopagato» (si fa per dire) dei nostri governatori, cioè quello dell’Umbria: 7.101 netti.

Quanto alle più alte cariche degli Usa, il presidente della Camera prende ogni mese 13.327 euro lordi: una indennità inferiore, tolte le tasse e il resto, a quanto prende (10.972 netti) un consigliere regionale della Campania.

Un parlamentare Usa, Camera o Senato, riceve 10.315 euro lordi: 1.389 meno del «trattamento mensile lordo» dei nostri deputati. I quali, come spiega il Sole 24 Ore di lunedì, incassano sotto questa voce 11.704 euro mensili: tremila più dei secondi in classifica (gli austriaci: 8.882), quattromila abbondanti più dei terzi (gli olandesi: 7.177), cinquemila più dei francesi (6.892), per non dire degli spagnoli, pagati un quarto: 2.921 euro nonostante il sorpasso in termini di Pil pro capite. E a quel trattamento lordo, precisa il quotidiano economico, vanno aggiunti rimborsi vari. Rimborsi di tale peso che quando il comunista Gennaro Migliore, quattro anni fa, fece un gesto di trasparenza (evviva) mostrando la sua prima busta paga da parlamentare, il netto reale era di 14.500 euro.

Conosciamo l’obiezione: cosa c’entrano i rimborsi? C’entrano. E lo prova la ripetuta ostilità a una riforma vera del trattamento dei cosiddetti portaborse, che ad ogni legislatura dovrebbero essere messi in regola e poi non lo sono, se non in parte. La soluzione sarebbe lì, sotto gli occhi: basterebbe che il parlamentare segnalasse alle Camere il proprio collaboratore lasciando che siano queste a pagarlo. Macché: percorso a ostacoli. Molto più comodo incassare i soldi e poi girarne all’assistente, magari in nero, solo una parte. A volte miserabile. Accompagnata da una promessa: un giorno tirerò dentro anche te.

Un altro esempio di «integrazione»? Proprio alla vigilia della manovra «lacrime e sangue», mentre il braccio destro di Tremonti, Marco Milanese, si compiaceva per le vacanze al Plaza e le Ferrari Scaglietti e lo yacht rivenduto per una somma doppia a quanto guadagna un presidente americano in tutto il suo mandato, il consigliere radicale Giuseppe Rossodivita denunciava che alla Regione Lazio, stando alla dichiarazione dei redditi, solo una trentina dei suoi colleghi dichiara di possedere una macchina. Gli altri, anche chi risulta proprietario di «decine di appartamenti intestati», no: nessuna vettura. Curioso. Praticamente tutti, infatti, incassano ogni mese sontuosi rimborsi dichiarando di raggiungere il Consiglio con l’auto propria.

Per avere i rimborsi infatti, come ha raccontato sulle pagine romane di Repubblica Carlo Picozza, «non servono pezze d’appoggio che certifichino gli spostamenti». Risultato: basta dichiarare di aver compiuto, per arrivare in via della Pisana, tot chilometri. E la Regione paga: 35 cent al chilometro. Il tutto sulla parola, senza scontrini, come per il caffè o il pedaggio autostradale. Manco a dirlo, c’è chi dopo l’elezione trova conveniente spostare la residenza o il domicilio il più lontano possibile. Tanto, chi controlla?

Non bastassero stipendio e rimborsi, nella regione della capitale d’Italia, a dispetto del bilancio in profondo rosso sul versante sanitario, tra i più allarmanti del Paese, c’è una integrazione dovuta alle presenze nelle commissioni, che ormai sono il triplo dei «sette colli». Per l’esattezza 20: più o meno il doppio di quelle di altre regioni. C’è di tutto: dalla «Vigilanza sul pluralismo dell’informazione» ai «Giochi olimpici 2020 e grandi eventi».

Una manna: allo stipendio da consigliere «il presidente "commissario" ne cumula altri mille; 700 i vice. C’è di più: segretari e portaborse (che possono essere ingaggiati fino a un numero di cinque), auto e autisti al seguito, benefit, arredi e impianti per le nuove "sedi"». La conseguenza la potete immaginare: con 71 consiglieri, la regione Lazio ha 81 poltrone supplementari.

E potremmo andare avanti per ore, raccontando dei 74 (settantaquattro) gruppi «monoconsiliari» sparsi un po’ in tutte le regioni, del boom delle consulenze in Sicilia dove sono stati arruolati chitarristi ed esperti di rane, dell’accumularsi nella stessa isola di commissari straordinari (già 42 nominati dall’attuale governatore), a volte ex dirigenti regionali che avevano appena ottenuto la pensione baby grazie alla legge 104, dichiarando di dover assistere un vecchio padre o un parente disabile, ma immediatamente in grado di essere ripresi nel ruolo di commissari… Meglio fermarci. Un punto è certo: gli altri, stavolta, si aspettano da noi una prova di serietà. E va data. «Prima», però, occorre tagliare qui. E tagli veri, stavolta.

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