La crisi tra politica e mercati

“A un passo dalla nascita del mercato unico europeo …, una bufera si è abbattuta sui cambi … In pochi giorni, lira e sterlina sono state sospese dal sistema monetario europeo e la peseta ha subito una pesante svalutazione … A dare il colpo di grazia sono intervenute le intraprendenti operazioni di un piccolo gruppo di speculatori che hanno guadagnato miliardi giocando contro le monete e sconfiggendo clamorosamente governi e banche centrali … Comunque si vogliano giudicare, risultano di fatto i protagonisti dell’azione. Ma chi sono, in realtà, gli speculatori?”.
Questa lunga citazione è tratta dalla prima di copertina di un saggio, Gli speculatori, pubblicato da due allora già noti redattori economico-finanziari del Corriere della sera, Gianni Gambarotta e Danilo Taino, edito da Sperling & Kupfer, nel lontano 1993. A distanza di quasi venti anni, la storia sembra sì ripetersi, ma quel che maggiormente colpisce è ancora una volta la dominante chiave di lettura di una crisi che tenta di attribuirne le responsabilità, in via quasi esclusiva, ai cosiddetti “protagonisti dell’azione” e quindi dei mercati.
Addirittura, secondo Marx, la storia si ripete sempre due volte, la prima in forma di tragedia e la seconda in forma di farsa. Ma, pur trattandosi di materia di cui il filosofo-economista era di certo, oggi potremmo dire, super-esperto, non è questa senz’altro un’ipotesi che fa al caso di specie. In primo luogo, perché alla crisi economico-finanziaria dei primi anni Novanta è conseguita e proseguita nel corso dell’ultimo ventennio la scelta politica dell’unificazione del mercato unico europeo; e, in secondo luogo, direi perché dagli eventi dell’ultima crisi economico-finanziaria emerge la possibilità che quella stessa scelta assuma una valenza ulteriore e decisiva non solo sul piano economico e monetario.
Perché non c’è alcuna ombra di dubbio che, a differenza del potere politico, anche durante questi ultimi anni di attività, il potere economico-finanziario ha continuato ad esercitare fino in fondo il proprio ruolo, attraverso i mercati di borsa nazionali divenuti sempre più internazionali e oggi globali. Un esempio basti per tutto: alla fine del 2007, il valore dei titoli tradizionali (azioni, obbligazioni, attività bancarie) scambiati sui mercati regolamentati è pari a quattro volte (230 trilioni di dollari) quello del PIL mondiale (55 trilioni di dollari), mentre il valore dei titoli (derivati) scambiati sui mercati non regolamentati (OTC) è addirittura pari a 11 volte circa (600 trilioni di dollari) lo stesso importo!
Eppure, nonostante la profonda crisi di questi ultimi anni, la politica sembra proprio che non sia riuscita a dettare regole più stringenti, e non solo in materia di regolazione degli investimenti, ma anche in danno di quella che già altre volte abbiamo definito “economia di carta”, sfavorendo di fatto l’impiego di liquidità sulle attività d’impresa tipiche della cosiddetta “economia reale”. Con valori complessivi degli indici delle predette attività finanziarie che sono, già da qualche tempo, tornati ai livelli pre-crisi.
Analogamente, in Italia negli ultimi venti anni l’aumento della produzione è stato pari in media all’1% circa. In termini relativi, si è trattato di un livello della crescita pari o inferiore a zero; soprattutto a causa di un livello dell’indebitamento pubblico ormai ritornato ai livelli del 1994, quando l’Istat lo stimò pari al 121,8% del PIL. Al punto in cui siamo, ne consegue che, se si vogliono mantenere i livelli complessivi di maggior benessere raggiunti alla fine del secolo scorso, è indubbio che occorra per il paese una misura molto più ampia della crescita. E, in proposito, poco o nulla c’entra l’attività legittima degli speculatori! Infatti, accade che lo Stato al fine di finanziare la sua spesa complessiva, debba rivolgersi con forza al mercato finanziario dei titoli di stato, garantendo in cambio dell’acquisto degli stessi, tassi di interessi in media sempre più elevati. In proposito, sconcerta il dato della differenza di rendimento tra il Btp decennale e l’omologo Bund tedesco, in questi giorni al livello più alto da quando è stato introdotto l’euro nel 1999.
In definitiva, tocca dunque alla politica ritornare a esercitare con forza il proprio ruolo, sul piano sia internazionale che nazionale. E, per quanto concerne l’Italia, direi che bisogna farlo presto, se è altresì vero, come sostengono oggi Carlo Pelanda e Paolo Savona su Il Sole 24 Ore, che il paese avrebbe gli stessi problemi dei PIGS, “perché è difficile che il Pil possa crescere a sufficienza per abbattere il suo rapporto con il debito pubblico”. Non sappiamo ancora se è o sarà così, ma sappiamo pur sempre che è da qui che bisogna ripartire!
Salerno, 17 luglio 2011
Angelo Giubileo

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