Quando la non violenza aveva un nome

L’Opinione delle Libertà
Francesco Pullia

“Dentro l’ambito della vita in senso assoluto c’è un ampio spazio radicale che si chiama ‘nonviolenza’. Noi la insegniamo intorno a noi, ma il mondo è talmente pieno di violenza che anche chi abbia recepito a livello culturale questa voce, poi si trova immerso in un bagno di violenza; da quando i confini degli Stati furono tracciati con squadre e righello senza nessuna considerazione per le etnie, o più compiutamente appunto per gli animali, le piante, i sassi e le onde. Dobbiamo lavorare per riuscire a restituire questa integrità a tutte le espressioni della vita sul pianeta. Dalla fame nel mondo, per tutti gli animali – da quelli a due, a quelli a mille gambe – senza offesa per nessuno. Dobbiamo smettere di avere una fiducia illimitata negli sviluppi della scienza; questa concezione settecentesca delle ‘magnifiche sorti e progressive’ dell’umanità deve essere superata e abbattuta, se continuiamo a ‘distruggere’ tutto intorno a noi, e quindi in noi". Fa un certo effetto, inutile negarlo, rievocare queste straordinarie, appassionate e appassionanti parole di Adele Faccio (1920-2007) e confrontarle con quanto oggi si ascolta o si legge in ambito radicale, dove se si è fino in fondo nonviolenti e, quindi, contrari alla vivisezione, alla sperimentazione animale, agli allevamenti intensivi, alla caccia, allo sfruttamento delle altre specie viventi da parte dell’uomo si rischia di essere alquanto impropriamente tacciati di "fondamentalisti verdi". Strano caso davvero quello di un partito che ha vivificato la politica italiana mettendo la nonviolenza al centro di una prassi e di un progetto sociale tanto ambizioso quanto perseguibile e, negli ultimi tempi, sta correndo il rischio di lasciarsi suggestionare dalle sirene di chi intende promuovere modelli di ricerca (e di vita) dogmaticamente scientisti e specisti trovandosi, in questo, in perfetta sintonia con la visione antropocentrica della Chiesa cattolica.

Non si può che avere nostalgia dell’impegno di Adele Faccio, nostalgia in parte mitigata dall’apporto fecondo che si sforzano di dare parlamentari come Elisabetta Zamparutti e Donatella Poretti. "Contro l’uso aberrante della vivisezione", scriveva nel 1984 Adele Faccio, "contro gli innesti e contro i trapianti folli, non chiamiamo in causa la vita, ma la violenza contro la vita. Basta con la violenza. La vita è forza e decisione, ma equilibrio e calore e intenso sapore dell’esistenza: è spazio, è aria per respirare. È gioco delle energie positive. Non è scatenamento delle energie negative. Vogliamo rinnovare tutti insieme i modi tradizionali della violenza alla terra, al pianeta nella sua vitalità, nella sua capacità di essere abitato da tutti gli abitanti a pari livello di diritti (e non parliamo solo e sempre di doveri fittizi e troppo spesso fasulli). Il diritto a non essere inseguiti, perseguitati, incarcerati, massacrati, distrutti, vivisezionati, squartati in vivo, assassinati".

Non potrebbe che rimanere perplessa, se non amareggiata, Adele, lei che proclamava la "nonviolenza verso gli esseri viventi tutti, verso la natura, nel suo complesso, senza eccezioni, senza soluzioni di continuità", se leggesse quanto scrivono o affermano oggi certi "epistemologi" o "ricercatori" pro-vivisezione riconducibili all’area radicale. La questione animale (che è anche questione umana) non può essere accantonata, ridicolizzata, genericamente e superficialmente ricondotta ad un semplice aspetto dell’ambientalismo o dell’ecologia. No.

È molto più complessa e mette in gioco e in discussione noi stessi, a partire dallo scarto, dal divario tra uomo e animali che nel corso dei secoli si è voluto, con il sostegno della religione, appositamente aggravare per legittimare la ferocia dell’uomo nei confronti delle altre specie e la loro obbrobriosa mercificazione. Oggi, che si va maturando una nuova consapevolezza del nostro essere interdipendenti, cioè del nesso che lega tra loro le varie specie che arricchiscono il pianeta, è lecito e doveroso ripensare anche, in maniera estensiva, lo stesso concetto di "diritto", riconoscendo che non può essere prerogativa umana, a meno che non lo si voglia rendere strumento di violenza e sopraffazione. Se non in ambito radicale, e quindi liberale, dove dovrebbe essere possibile riflettere su questi temi?

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