Int. a E. Bonino – «Subito una Federazione oggi l’Europa non conta nulla»

Gli Altri
Nicola Mirenzi

«Penso che ritenere lo stato nazionale come l’unico contenitore possibile entro il quale esercitare la democrazia sia un grande abbaglio, oltre che un’affermazione antistorica». La presidente Emma Bonino interviene così nel dibattito avviato dal nostro giornale da un articolo di Piero Sansonetti sul deficit di democrazia dell’Unione Europea che – a parere del direttore degli Altri – è congenito al modo in cui l’Europa è stata pensata.

Anche nella versione nobile del pensiero federalista spinelliano. «Ma la visione di Altiero Spinelli – spiega Bonino – era di un’Europa che superasse ideologie e nazionalismi per prendere una forma federale, con un parlamento europeo pienamente legittimato dal punto di vista democratico, quindi non solo eletto a suffragio universale ma con ampie competenze che ancora oggi non esercita proprio a causa delle resistenze provenienti dagli stati nazionali». 

Insomma, era tutto giusto. Ma è una visione che ha perso? 

Al contrario di Sansonetti, direi che la malattia dell’Europa è proprio il fatto che non sia diventata gli Stati Uniti d’Europa. Invece di costruire la patria europea si è preferito tornare all’Europa delle patrie, come invocava De Gaulle. Così facendo, peraltro, si stanno distruggendo anche le patrie e con loro le democrazie. Basta vedere l’ondata di populismo e intolleranza che sta attraversando questa Europa delle patrie, con partiti nazionalisti e xenofobi che spuntano come funghi non solo in Ungheria, ma nella liberale Finlandia o nella tollerantissima Olanda. E trovo leggermente sprezzante relegare il pensiero di Spinelli a “nobile utopia” quando è proprio la mancanza di visione e di coraggio a essere uno dei difetti principali dell’attuale leadership europea. Con il risultato, di tutta evidenza, di farci tornare indietro e ripiegarci su noi stessi anziché farci andare avanti in un mondo, tra l’altro, che va al galoppo e non sta certo lì ad aspettarci.

Emma Bonino

C’è un nodo ineludibile, però. Questa Europa è sfata costruita seguendo il principio funzionalista. È realistico pensare che possa effettivamente essere convertita in un’Europa pienamente politica?
In realtà è una via obbligata. Solo che la classe politica stenta a capirlo, perfino di fronte a questa crisi che ci ha colpito e che ci offre la grande opportunità di imboccare finalmente questo cammino. Ammoniva Giorgio Napolitano in un discorso nel 1999 – sul tema Altiero Spinelli e l’Europa guarda caso – che «l’approccio funzionalista, la scelta di una integrazione essenzialmente economica e in origine per singoli settori, attraverso successivi allargamenti e parziali trasferimenti di poteri, ha dato tutto quello che poteva dare». Concordo. E i Trattati post1999 – Nizza e Lisbona – non hanno fatto neppure loro quel salto di qualità che Napolitano invocava • con queste parole. A questo aggiungo che la moneta unica è stata introdotta senza quei necessari meccanismi – di governance, come si dice oggi – che ne garantissero la stabilità nel tempo, pensando che la politica avrebbe seguito.

Così non è stato.
Per questo già da tempo propongo di avviarci sul cammino di una maggiore unione politica creando, come primo passo, una federazione leggera che non assorba oltre il 5% del Pil europeo – ora è del 1% e serve spesso a distribuire a destra e a manca Controproducenti sussidi – per assolvere precise funzioni di governo come la difesa, la politica estera, i grandi programmi di ricerca scientifica, le reti infrastrutturali transeuropee, la sicurezza dei traffici commerciali e delle persone… Non si tratta quindi del superstato europeo così spesso evocato dagli affossatori del progetto europeo ma di rifarsi al federalismo di Spinelli, Monnet, Adenauer adattandolo alle realtà del XXI secolo, vale a dire riconoscendo che 27 costosissimi eserciti nazionali non hanno più senso, che la ricerca ha bisogno di una dimensione di scala che nessuno stato nazionale da solo può più assicurare; che le reti infrastrutturali esistono già a supporto del mercato interno ma le finanziamo a macchia di leopardo, ognuno per conto proprio; che l’unione doganale è già una competenza esclusiva dell’Unione dì oggi ed è ridicolo quindi che sopravvivano 27 diversi organismi distinti e separati…

L’Europa ha assunto una faccia punitiva, non esercita più fascino. Come Si può rilanciare?
Certo, è difficile che questa Europa così in crisi possa rimanere un modello per altre realtà regionali che aspirino ad integrarsi. Per questo credo che nei prossimi mesi dovremmo lavorare perché l’Unione del rigore possa diventare anche l’Unione della crescita e dell’occupazione, dell’innovazione e della conoscenza, e penso che questo possa solo avvenire tornando allo spirito comunitario, coinvolgendo le istituzioni europee. Ma, anche per tornare al commento iniziale di Sansonetti, se vogliamo creare un demos europeo occorre identificarsi nelle sue strutture democratiche. Per questo sono convinta, per esempio, che l’elezione diretta del presidente della Commissione di Bruxelles aiuterebbe a rilanciare l’idea europea. E, a proposito del non rassegnarsi, proprio in questi giorni assieme al Consiglio italiano del Movimento europeo abbiamo preso un’iniziativa italo-tedesca per incoraggiare scelte di natura costituzionale allo scopo di garantire il rilancio di un processo di decisione politica che vada oltre quello fiscale e per la crescita e che possa rafforzare la democrazia europea e l’efficacia del sistema istituzionale dell’Unione.

Marco Cappato, nell’intervista che ci ha rilasciato la scorsa settimana, rilanciava l’ipotesi a voi cara di un allargamento dell’Europa verso il Medio Oriente e il Nord Africa. Quanto è sostenibile in questo momento?
La mia idea – che poi era anche quella dei padri fondatori – è che l’Europa non è un progetto geografico, né un progetto religioso. E un progetto politico, che ammette di essere perennemente in costruzione e per questo capace di autocorreggersi. Il mio timore è che la tendenza alla rinazionalizzazione delle politiche europee, che sta avvenendo in reazione alla crisi, porti al protezionismo che a sua volta porta all’autarchia. Il rischio è che l’Europa rimanga un mero mercato interno, chiuso in se ” stesso; stiamo andando talmente indietro da mettere in discussione persino le politiche comuni acquisite, come la concorrenza e la libera circolazione dei capitali. Temo in definitiva che vengano meno la visione e lo spirito europeo. Basta guardare alla scarsa lungimiranza con cui abbiamo trattato il dossier Turchia, per esempio. Invece l’Europa è una necessità: se non la si vuole fare per convinzione, la si faccia per necessità.

Cioè?
Chi pensiamo possa autorevolmente sedersi al tavolo del G20, del Wto o del Fondo monetario ristrutturato? Sicuramente Cina, India, Stati Uniti, Brasile… Ma poi? Anche se a quei tavoli si siede il più potente paese europeo, la Germania, rischia di non avere un adeguato rapporto di forza con le altre potenze. Figuriamoci l’Italia, per non parlare della Padania… Quindi, se vogliamo avere qualcosa da dire e se vogliamo contare nella gestione complessiva degli affari del mondo a cominciare da quelli che sono sotto i nostri occhi – come una migliore gestione dell’immigrazione e della bomba demografica, fenomeni tra l’altro interconnessi – cerchiamo di fare gli Stati Uniti d’Europa. Altrimenti, presi singolarmente, non conteremo, saremo condannati all’irrilevanza.

 

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