Lettera – Nel segno di Marco Biagi

Corriere della Sera
Maurizio Sacconi, Roberto Maroni

Caro direttore,
la prossima presentazione di un ulteriore atto di riforma del lavoro induce in noi una prima amara considerazione sul tempo perduto.
Ben undici anni or sono, Marco Biagi ha disegnato, attraverso il Libro Bianco che gli chiedemmo di redigere, un percorso riformatore fondato sulla preveggente analisi delle nuove, sregolate, pressioni competitive globali e delle caratteristiche sempre più mobili del mercato del lavoro. Per la prima volta si introduceva esplicitamente nel confronto politico e sociale la necessità di coniugare profili di flessibilità delle imprese e di sicurezza dei lavoratori trasferendo il cuore delle relative tutele dal singolo posto di lavoro all’insieme del mercato del lavoro. Furono ipotizzate, in via cautamente sperimentale, modifiche al poi noto art. 18. La reazione di alcuni ambienti politici, sindacali e accademici, nonostante il metodo della preliminare, pubblica consultazione e poi del dialogo sociale, fu violenta. Si parlò di «libro limaccioso» e di «macelleria sociale», fu criminalizzato l’autore di quelle proposte, furono organizzate mobilitazioni di piazza anche successivamente al suo assassinio a opera di terroristi. L’esito fu un Patto Sociale non unanime, una riforma con cui si definirono nuove modalità di ingresso nel lavoro e più efficaci servizi di collocamento, un primo significativo incremento della indennità di disoccupazione. Di più non fu consentito dalla esasperata conflittualità.
Eppure, da allora e fino al tempo della grande crisi, si generarono oltre un milione e mezzo di posti di lavoro. Negli anni del precedente governo altri passi sono stati compiuti nella medesima direzione come quell’ampliamento della capacità contrattuale nelle aziende e nei territori, anche in materia di licenziamenti, che corrispondeva ancora alle intuizioni federaliste di Marco Biagi. Ma, permanendo un anomalo, accesissimo, contrasto politico non fu possibile chiedere di più agli interlocutori sociali che oggi, nel mutato contesto, hanno consentito al varo di interventi destinati a modificare anche il simbolo delle resistenze ideologiche al nuovo mondo. Ora la responsabilità delle decisioni passa al Parlamento il cui compito sarà quello di considerare non solo l’equilibrio complessivo della riforma ma anche la concretezza dei suoi singoli atti in modo che, al di là dei simboli e senza scambi astratti, possa effettivamente prodursi una maggiore propensione delle imprese a intraprendere e assumere in un tempo carico di incognite e di variabili imponderabili.
A tutti vogliamo insieme, al di là della nostra diversa collocazione parlamentare e delle specifiche valutazioni di merito che daremo, ricordare il tempo vissuto perché non si riproducano modalità conflittuali che, nel linguaggio o nei comportamenti, possano sollecitare quelle attitudini alla violenza sempre latenti in un Paese nel quale sono stati copiosamente diffusi i germi dell’intolleranza ideologica. Abbiamo, come comunità, già pagato molto in termini di vite spezzate e di prezioso tempo perduto. Gli imprenditori, soprattutto piccoli e medio-piccoli, e i lavoratori condividono oggi la terribile insicurezza del reddito e di una stessa vita attiva. A essi la politica, la buona politica, dovrà saper offrire con la sobrietà delle decisioni e la lucidità della visione che le ispira quella speranza che mobilita la responsabilità di ciascuno.
 

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