Non solo Articolo 18, la riforma cancella la vecchia concertazione

L’Unione sarda
Marco Valerio Lo Prete

Non di solo Articolo 18 è fatta la riforma del mercato del lavoro approvata venerdì dal governo Monti. Dal superamento della classica "concertazione" con sindacati e Confindustria alla promozione dei contratti a tempo indeterminato, passando per la lotta contro gli eccessi del precariato e l’ampliamento degli ammortizzatori sociali a vantaggio dei cosiddetti "outsider" (giovani e donne), l’esecutivo tecnico, con il disegno di legge che ha deciso di proporre al Parlamento, si è posto una serie di obiettivi ambiziosi. Tuttavia sindacati e partiti politici, giornalisti ed economisti, non sembrano volersi occupare d’altro che dell’Articolo 18.

La storia. Questa norma, nell’ormai lontano 1970, fu introdotta nello Statuto dei lavoratori per garantire il diritto al reintegro nel posto di lavoro a chiunque – nelle aziende con più di 15 dipendenti – fosse licenziato senza giusta causa o giustificato motivo. "Giusta causa", "giustificato motivo", la lettera della norma è decisamente rassicurante: cli fatto, però, l’articolo 18 è un unicum italiano che impedisce agli imprenditori del nostro paese di ricorrere a licenziamenti individuali per ragioni economiche ed organizzative, magari dietro corresponsione di un adeguato indennizzo come avviene nel resto d’Europa. Non che in Italia sia impossibile licenziare, è evidente: ma per farlo, specie nelle imprese medio-grandi, si deve arrivare spesso all’orlo del fallimento se non direttamente alla bancarotta, passando per estenuanti tavoli sindacali e ministeriali, facendo ricorso ai sussidi pubblici, etc. etc. Tutte pratiche che spesso finiscono per prolungare l’agonia di imprese sostanzialmente decotte, tutelando per qualche anno i posti di lavoro ma condannando i lavoratori a rimanere di fatto inattivi e comunque non mettendoli in condizione di cercare e trovare un altro impiego, e in definitiva sclerotizzando la nostra economia. Per i sindacati, Cgil in primis, l’articolo 18 è uno dei "diritti fondamentali" del cittadino italiano; e quindi poco importa se "il diritto al reintegro nel posto di lavoro" non esiste praticamente in nessun altro paese dell’Occidente democratico e industrializzato, o se istituzioni internazionali come l’Unione europea, la Banca centrale europea, l’Ocse e via dicendo, ci chiedono da anni un aggiornamento legislativo. È stato sufficiente che il ministro del Lavoro, Elsa Fornero, comunicasse alle parti sociali la sua intenzione di modificare lo Statuto dei lavoratori, perché il segretario generale della Cgil, Susanna Camusso, convocasse uno sciopero generale nazionale di 8 ore, più altre 8 ore di sciopero a livello locale. D’altronde la storia recente ha dimostrato la quasi intoccabilità dell’articolo 18: i Radicali di Marco Pannella, che nel 2000 promossero un referendum popolare per abrogare la norma, furono accusati dall’allora segretario della Cgil, Sergio Cofferati, di "attentare ai diritti umani dei lavoratori"; il secondo governo di Silvio Berlusconi, alla fine del 2001, propose – con l’accordo dei sindacati più riformisti – di sospendere l’articolo 18 in via sperimentale, ma il 23 marzo 2002 sempre Cofferati organizzò a Roma una delle più affollate manifestazioni degli ultimi 50 anni, spingendo il Governo a desistere; né si può dimenticare che il 19 marzo 2002 il giuslavorista e riformista Marco Biagi, "colpevole" di aver studiato e proposto un ammodernamento del nostro mercato del lavoro, fu ucciso dalle nuove Br; e addirittura anche la Confindustria di Emma Marcegaglia, quando alla fine del 2011 il terzo governo Berlusconi offrì alle parti sociali la possibilità (non l’obbligo) di derogare allo Statuto dei lavoratori, si affrettò a rassicurare la Cgil che mai e poi mai avrebbe fatto ricorso a quella norma.

I "licenziamenti facili". Ora tocca al progetto del governo Monti che, per quanto "radicale" in confronto ai recenti standard di immobilismo italiano, non comporta certo lo smantellamento delle tutele per il lavoratore: l’idea è che l’articolo 18 non subisce modifiche per quanto riguarda i licenziamenti motivati per esempio dall’affiliazione sindacale, politica, religiosa del dipendente, rendendo nullo l’allontanamento "discriminatorio" del lavoratore; nel caso di licenziamenti "disciplinari" toccherà invece al giudice la scelta tra reintegro o indennizzo; infine, per quanto riguarda i licenziamenti "economici", è previsto che in caso di scelta illegittima del datore di lavoro, il dipendente licenziato riceva un indennizzo (dalle 15 alle 27 mensilità) ma non abbia più diritto al reintegro in azienda. E quest’ultimo punto che ha spinto la sinistra meno riformista o di matrice sindacale a insorgere. Camusso agita lo spettro dei "licenziamenti facili", ma in realtà, quando il datore di lavoro sarà costretto a licenziare per motivi economici dovrà comunque rispettare paletti precisi. Dalla proposta del Governo emerge per esempio che prima di licenziare dovrà essere tentata una "conciliazione" tra imprenditore, lavoratore, sindacati e direzione territoriale del lavoro. Fallita la conciliazione, che per alcuni giuslavoristi costituisce addirittura una lungaggine eccessiva, a tutela del lavoratore resta il ricorso giudiziario. L’imprenditore dovrà dimostrare la fondatezza del "giustificato motivo oggettivo", che si verifica per "ragioni inerenti all’attività produttiva, all’organizzazione del lavoro e al regolare funzionamento di essa" (legge 604/66). Questa norma è poi ulteriormente chiarita dalla giurisprudenza. Nessun "licenziamento facile", dunque, piuttosto una possibilità in più per il giudice (e quindi per imprenditori e lavoratori) di scegliere al di là delle strade finora obbligate del reintegro o del licenziamento, prevedendo anche un indennizzo per il lavoratore nel caso di licenziamento per motivi economici. Ovviamente, poi, resta sempre valido il diritto di impugnativa per il dipendente che si senta discriminato.

La fine della concertazione. Ma a irritare i sindacati e a spiazzare l’associazione degli imprenditori c’è soprattutto una profonda novità di metodo introdotta dal governo Monti. L’esecutivo infatti, sin dall’inizio del suo mandato, ha fatto sapere che su alcuni dossier avrebbe ascoltato le parti sociali ma non avrebbe per questo risuscitato vecchie pratiche consociative. Nell’Italia della concertazione triangolare sindacati-Confmdustria-Governo, addirittura istituzionalizzata nel celebre accordo del luglio 1993, tutto questo equivale a rompere un altro tabù. L’idea che le parti sociali vadano ascoltate ma che alla fine siano il Governo e il Parlamento a decidere in materia di pensioni o lavoro, senza dover accettare tutte le condizioni delle parti sociali, mette in subbuglio le centrali sindacali. Insieme alla facoltà di imporre veti su certe scelte politiche, infatti, rischia di scomparire un sistema di gestione del potere al quale sindacati e Confindustria si erano assuefatti. Il governo Monti ha buone ragioni per superare il vecchio metodo, a partire dal fatto che ormai ai cosiddetti "tavoli" di Palazzo Chigi nessuno riesce a rappresentare un numero crescente di cittadini: dai giovani disoccupati alle start-up dell’imprenditoria tecnologica, si rischia che i gruppi più direttamente interessati a una riforma del mercato del lavoro non abbiano mai voce in capitolo.

Non è un caso che in questa riforma Monti-Fornero vi siano – al di là della fondamentale modifica dell’Articolo 18, che aumenterà la mobilità in uscita dei lavoratori ma anche quella in entrata – numerose altre norme che hanno l’obiettivo di contrastare la disoccupazione giovanile, che in Italia raggiunge livelli allarmanti rispetto al resto d’Europa. La nuova disciplina delle tipologie contrattuali, per esempio, si propone come obiettivo generale di reindirizzare il mercato verso il ricorso prevalente alla forma del lavoro subordinato a tempo indeterminato, in modo da contrastare l’eccessiva precarizzazione.

I vantaggi. In futuro l’apprendistato dovrebbe diventare il canale privilegiato di accesso al mondo del lavoro: confermando l’impianto di una legge già approvata nel 2011, il governo intende incentivare il ricorso a questa forma di avviamento al lavoro, introducendo inoltre una durata minima di 6 mesi per questo tipo di contratto (a fronte del tetto massimo che resta a 3 anni), e inserendo l’obbligo per l’impresa di trasformare una percentuale degli apprendisti in lavoratori a tempo indeterminato. Certo, il contratto a tempo indeterminato non è l’unico possibile, come invece era sostanzialmente previsto in alcune proposte di riforma quale quella del "contratto unico" avanzata dal giuslavorista e senatore del Pd Pietro Ichino, ma il tentativo è comunque quello di farlo divenire almeno "prevalente" rispetto ad altre forme meno stabili. Come? Rendendo per esempio più onerosa per l’imprenditore la stipula del contratto a termine, attraverso un incremento del relativo costo contributivo (aliquota 1,4 per cento). Non solo: il contrasto a un’eccessiva reiterazione di rapporti a termine tra le stesse parti è perseguito tramite l’ampliamento dell’intervallo tra un contratto e l’altro (60 giorni nel caso di un contratto di durata inferiore a 6 mesi, 90 giorni per durata superiore, mentre attualmente sono 10 e 20 giorni).

Imprese e welfare. Così, mentre i sindacati lamentano un’eccessiva flessibilità in uscita (leggi: possibilità di licenziare), gli imprenditori se la prendono con la diminuita flessibilità in entrata. Eppure l’esecutivo ha chiarito che questi nuovi oneri fiscali contribuiranno a rendere possibile un’altra importante novità contenuta nel disegno di legge, ovvero la riforma del sistema di welfare. L’obiettivo di fondo dei nuovi ammortizzatori sociali è quello di proteggere il lavoratore e non il posto di lavoro. La riforma quindi cancella la Cassa integrazione in deroga, introdotta nel 2009 per estendere il sussidio alle piccole imprese e tutti i settori esclusi dalla Cig, riduce l’uso della Cassa integrazione straordinaria (che non sarà più concessa per cessazione di attività e mobilità, ma solo per rapide ristrutturazioni d’impresa) e dirotta i fondi su una rete di tutele più universale. Alla base del nuovo sistema, che entra in vigore a pieno regime soltanto nel 2017, ci sarà la cosiddetta Aspi, l’assicurazione sociale per l’impiego. Il progetto a dire il vero è meno coraggioso di quanto si fosse fatto intendere all’inizio: perché se è vero che l’Aspi sostituirà vari istituti oggi vigenti (indennità di mobilità, di disoccupazione non agricola ordinaria, di disoccupazione con requisiti ridotti e di disoccupazione speciale edile), e se è vero pure che l’ambito di applicazione viene esteso – tra i lavoratori dipendenti – agli apprendisti e agli artisti, resta il fatto che siamo ancora distanti da una tutela veramente "universale". I requisiti di accesso a questo sussidio sono infatti analoghi a quelli che oggi consentono l’accesso all’indennità di disoccupazione non agricola ordinaria (2 anni di anzianità assicurativa e almeno 52 settimane nell’ultimo biennio), anche se in sede di Consiglio dei ministri è stata introdotta la miniAspi di cui dovrebbero giovarsi i precari.

Le donne. In Italia non sono soltanto i giovani a reclamare a giusto titolo un ingresso più spedito nel mercato del lavoro; basti pensare che nel nostro Paese soltanto 46 donne su 100 hanno un’occupazione, a fronte di una media europea di oltre 58 su 100, mentre le retribuzioni sono in media del 20 per cento inferiori rispetto a quelle dei colleghi di sesso maschile. Siamo di fronte a una palese ingiustizia sociale, oltre che a una perdita secca per l’economia: secondo uno studio della Banca d’Italia, con un tasso di occupazione femminile a livelli europei (60 per cento), il Pil italiano crescerebbe del 7 per cento. Per limitare la pratica illegale delle "dimissioni in bianco", con la quale spesso si obbligano soprattutto le neoassunte a firmare una lettera di dimissioni priva di data da utilizzare poi nel tempo con intento ricattatorio, sarà introdotta una norma di contrasto con modalità semplificate. Nelle intenzioni del governo, inoltre, va esteso da uno a tre anni di vita del bambino il periodo entro il quale le dimissioni della lavoratrice o del lavoratore devono essere convalidate dal servizio ispettivo del Ministero del lavoro per poter acquisire efficacia. Infine, «per favorire una cultura di maggiore condivisione dei compiti di cura dei figli all’intero della coppia», si prevede l’introduzione del congedo di paternità obbligatorio.

Il progetto del governo tecnico, nel complesso, ha il merito di promuovere un cambiamento a lungo atteso, anche se soffre del fatto di dover essere approvato in uno dei momenti più difficili della storia dell’economia italiana. Inoltre certe intuizioni della prima ora sono state annacquate per le pressioni di sindacati e industriali, ma ci sarà tempo, sia in Parlamento durante l’approvazione del disegno di legge che nel prossimo futuro, di migliorare ancora le regole su assunzioni, licenziamenti e assistenza sociale. A patto di non lasciar avvitare il dibattito intorno all’Articolo 18.

© 2012 L’Unione sarda. Tutti i diritti riservati

POST COLLEGATI

Mettiti in contatto con noi

 

DIFFONDI LA CAMPAGNA