Contro lo spread dei diritti civili

Europa
Riccardo Magi

Si è fatto ampio uso, negli mesi, del termine spread per indicare il profondo divario che separa l’Italia dall’Europa, che pesa sulla vita di milioni di cittadini e squalifica le nostre istituzioni, sempre più indifferenti ai diritti civili e alle grandi questioni sociali. Il ritardo è enorme sul fronte del riconoscimento delle "famiglie di fatto" – legami affettivi che si instaurano al di fuori del matrimonio e si connotano come convivenze stabili e durature – e su quello delle politiche contro ogni discriminazione basata sull’orientamento sessuale, quindi anche il riconoscimento del matrimonio gay.

L’Italia è tra i pochi paesi europei (unico nell’Europa occidentale) a non fare mezzo passo avanti in questa direzione. Tre notizie degli ultimi giorni, giunte quasi in contemporanea, dovrebbero portare a un’azione legislativa urgente. Il rapporto del Censis che riconoscendo alla famiglia il ruolo di perno della comunità nazionale parla di diversi "format" familiari e commenta che «le diverse modalità concrete di essere famiglia rispondono al bisogno crescente di avere una relazionalità significativa»; il voto del parlamento europeo «contro le definizioni restrittive di famiglia che hanno lo scopo di negare la tutela giuridica alle coppie dello stesso sesso e ai loro figli»; la sentenza della corte di cassazione che chiede di fatto un intervento legislativo che garantisca il "diritto alla vita familiare".

Nel nostro paese finora ogni dibattito è stato soffocato sul nascere, tanto il tema risulta dirompente per gli equilibri partitocratici di destra e di sinistra.

Ha prevalso uno schieramento reazionario, trasversale e con potere di veto, che impone la formula della famiglia basata sul matrimonio, ovviamente solo eterosessuale, agitando lo spauracchio della lesione che tale formula rischierebbe di subire. Ma la realtà sociale è già un’altra, la vita degli italiani e le scelte degli italiani sono già altre.

Le nostre istituzioni oggi si trovano nella condizione di discriminare i cittadini anziché garantire i loro diritti e tutelarli dalle discriminazioni.

Come Radicali non abbiamo mai smesso di ritenere urgente il riconoscimento dei diritti civili di tutti i cittadini, a prescindere dalla scelta di vita familiare che essi hanno compiuto.

Per questo nell’assenza di dibattito e di iniziativa parlamentare avevamo già lanciato da un mese iniziative popolari per il riconoscimento delle unioni civili come «famiglia anagrafica su vincolo affettivo» da parte dei comuni e per il sostegno alle nuove forme familiari.

Alle istituzioni comunali chiediamo una cosa fattibile e nell’ambito delle loro competenze, già realizzata a Torino e Napoli e che a Milano è ora oggetto di dibattito. Cioè che si riconosca la "famiglia anagrafica su vincolo affettivo" – come definita dalla legge Regolamento anagrafico del 1989 – per quanto attiene ai diritti, ai benefici e ai servizi previsti ed erogati dall’amministrazione comunale.

A Roma – dove è in corso la campagna "Teniamo Famiglia", lanciata da Radicali Roma e dall’associazione radicale Certi Diritti a cui si sono da subito affiancati altri soggetti e associazioni – la risposta dei cittadini è straordinaria. Migliaia di romani stanno firmando la nostra delibera di iniziativa popolare e sono stati oltre 20 mila gli accessi al blog dell’iniziativa (teniamofamiglia.blogspot.com) dove sono pubblicate le foto delle famiglie di fatto che hanno scelto di metterci la faccia.

Ci domandiamo se anche il Pd romano intenda mettercela. O se invece si ripeterà quanto accaduto nel 2007, quando il registro delle unioni civili venne bocciato in Campidoglio dalla maggioranza che sosteneva Veltroni. In quei mesi il sindaco Veltroni parlava di «materia non di competenza comunale», con le stesse parole che usa ora Alemanno.

I cittadini devono sapere, anche in vista delle amministrative del 2013, se Roma possa ambire a diventare una capitale europea, o debba rassegnarsi a restare periferia del Vaticano.

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