L’ultimo intreccio delle riforme

La stampa
Federico Geremicca

Sono anni, molti anni ormai, che partecipano a talk show, organizzano convegni, tengono comizi elettorali e ripetono – ormai a memoria quel che occorre fare: riforme costituzionali che rendano più moderno e competitivo il Paese; una legge elettorale che permetta ai cittadini di scegliere i propri eletti; rinnovare profondamente la politica, nei volti e nella prassi; e urgenza delle urgenze, da qualche mese in qua (da quando si è scoperto che i partiti sarebbero alla mercé di tesorieri disonesti…) ridurre i finanziamenti ai partiti e tagliare le spese di smisurati apparati politico-amministrativi che, come sanguisughe, continuano a succhiar sangue anche dove non ce ne è più.

Sono anni che leader politici di ogni latitudine e di ogni schieramento, ripetono che occorre fare in fretta: una fretta che aumenta all’indomani di ogni tornata elettorale che certifica (proprio come quest’ultima) il crescere della disaffezione al voto e la richiesta di una politica diversa (finalmente si è smesso di definirla antipolitica tout court).

Ma ciò nonostante, quest’opera riformatrice – nota negli obiettivi da perseguire e negli strumenti da utilizzare – si è nuovamente trasformata in un’affannosa e confusa corsa contro il tempo. Una cosa da non credere. Da non credere soprattutto perché – come ogni elezione ormai conferma – a rischiare l’osso del collo non è solo (e soprattutto) il Paese: ma sono innanzitutto loro, i partiti. Vecchi o nuovi che siano.

Ieri, a Montecitorio, è stato finalmente battuto un colpo. Un colpo non definitivo (perché le votazioni continuano, e resta sempre l’incognita di un nuovo passaggio al Senato) ma certo significativo: le forze politiche hanno infatti deciso di dimezzare per gli anni a venire il finanziamento di cui godono e di ridursi della metà anche l’ultima tranche dei rimborsi loro assegnati. Col clima in cui è sprofondato il Paese, si dirà certo che si poteva fare di più: e forse è vero. Ma un primo segnale è arrivato: e anche il poco, considerati i tempi, è certo meglio del niente.

Le note dolenti – dolentissime, anzi – arrivano purtroppo da tutto il resto: oggi comincia al Senato l’esame del testo di riforme costituzionali (dalle quali dipende anche la possibilità di modificare la legge elettorale) e il rischio che tutto si areni è grande. «Dobbiamo darci una mossa», ha detto Anna Finocchiaro, capo dei senatori Pd. Ha ragione, naturalmente: ma il suo allarme rischia di essere tardivo.

Le doppie letture da parte dei due rami del Parlamento (necessarie in caso di leggi che modifichino la Costituzione) e la complessità delle materia in esame, rendono infatti concretissimo il pericolo che il treno faticosamente avviato si fermi alla prima stazione. In pochi giorni il Senato dovrebbe dare il via libera alla riduzione del numero dei parlamentari (da 945 a 750), al superamento del bicameralismo perfetto e attribuire maggiori poteri al capo del governo. Si riuscirà a fare in una manciata di settimane quel che non è stato portato in porto nel corso di più e più legislature?

Lo scetticismo, naturalmente, è lecito. Soprattutto perché a condizionare il confronto c’è il rapporto tra queste urgenti innovazioni di sistema e quella che per i partiti rappresenta da sempre la «madre di tutte le riforme» (decidendone rappresentanza e potere): cioè quella della legge elettorale. L’intreccio è perverso: è infatti impossibile modificare le regole con le quali gli italiani torneranno alle urne se prima non è noto il numero di parlamentari che dovranno eleggere. Tirare per le lunghe il confronto sulle modifiche costituzionali, insomma, di fatto significa bloccare la riforma della legge elettorale.

L’augurio – rivolto prima di tutto ai partiti, che in caso di fallimento rischiano davvero l’inesorabile messa in liquidazione – è che riescano, pur nei tempi stretti, a modificare quel che c’è da modificare nella Costituzione per poi passare al varo di una nuova legge elettorale. La speranza (di più: la forte sollecitazione) è che, nel caso fallisca la prima tornata di riforme, non si rinunci a cambiare la legge elettorale. Mai come stavolta, infatti, il meglio è nemico del bene. E se segretari e forze politiche non ne sono convinti, pensino a quanto sarebbe autolesionistico tornare a votare con il Porcellum: dopo averlo definito per anni – tutti, indistintamente – l’origine della malattia di cui soffre la politica in questo Paese…

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