Legge elettorale perché conviene il doppio turno

la Repubblica
Piero Ignazi

Il porcellum ingrassa allegramente. Continua a godere di ottima salute perché tutti ne parlano male ma nessuno pensa seriamente a fargli la festa. Nella fiera della vanità elettorali, da sinistra e da destra rimbalzano sempre nuove e fantasiose proposte. Il catalogo dei sistemi elettorali è lungo quasi quanto le conquiste di Don Giovanni, eppure ai nostri legislatori non basta. Il genio italico è sempre pronto a elaborare qualche innovazione. Mettendo un po’ di questo o di quello, tanto “questo o quello pari sono”. Invece no: pasticciando con i vari sistemi elettorali si producono dei piccoli Frankenstein.
Le due grandi famiglie, quella proporzionale e quella maggioritaria, rispondono a logiche diverse e producono effetti diversi. Per scegliere bisogna sapere cosa si vuole. Se il problema numero uno è l’indicazione precisa di un governo da parte dell’elettorato – il mandato a governare, insomma – allora il maggioritario risponde alla bisogna. Se invece l’esigenza maggiore è la fotografia delle multiformità politiche esistenti, allora il proporzionale è quello che ci vuole.
Poi, le due grandi famiglie hanno partorito molti figli diversi. La discendenza proporzionale si differenzia per clausole di sbarramento a livello di circoscrizione o a livello nazionale, dimensioni delle circoscrizioni, formule matematiche per il calcolo del trasferimento dei voti in seggi; quella maggioritaria per maggioranze relative o assolute, turno unico o doppio turno. Il catalogo, lo ripetiamo, è molto ricco. Tirare in lungo chiosando e inventando serve solo a non eliminare il
porcellum.
Negli ultimi tempi ha preso quota il maggioritario a doppio turno in vigore in Francia per eleggere i parlamentari. Un sistema semplice e chiaro al quale, tra l’altro, gli italiani sono abituati, dal momento che votano così, pur con una piccola variazione, per scegliere i loro sindaci. Ecco i vantaggi: una maggiore chiarezza sui governi che possono scaturire dalle elezioni, la possibilità di ottenere seggi anche per partiti minori laddove sono molto radicati, il rapporto diretto tra eletto e collegio, la forte legittimazione per l’alta percentuale con cui, date alcune condizioni, il candidato viene eletto.
Tutti pregi che, per concretizzarsi, necessitano però di precise condizioni: che la soglia per accedere al secondo turno sia alta in modo da scoraggiare le liste minori, e che, se la tagliola dello sbarramento non basta, vengano presentate al giudizio finale degli elettori nel secondo turno poche alternative, possibilmente solo due. Nel primo caso interviene la legge a indicare il livello di sbarramento, nel secondo la politica per definire gli accordi di coalizione. Ovviamente ci sono anche degli svantaggi: il più evidente riguarda la distorsione della rappresentatività delle preferenze. Come ogni sistema maggioritario, il doppio turno premia i partiti maggiori e penalizza quelli minori. E poi lascia spazio alla contrattazione tra i partiti, spesso opaca, ma in genere precedente all’esito finale delle elezioni. Questi aspetti offuscano un po’ la chiarezza cartesiana del sistema ma i pregi vincono nettamente sui limiti.
Nonostante ciò i partiti italiani sono riluttanti ad adottarlo. E dire che ne trarrebbero vantaggio (quasi) tutti. Dopo un periodo di babele
delle lingue elettorali, il Pd oggi sembra essersi finalmente convinto della bontà del sistema a doppio turno. In effetti l’esempio del Ps francese è stuzzicante per Bersani e soci. Con il 29.4% il partito di François Hollande ha ottenuto 280 deputati (il 48.5%) ed è arrivato alla maggioranza assoluta aggiungendo i 12 eletti dei radicali di sinistra, gli storici alleati del Ps. Anche l’Ump di Nicolas Sarkozy ha ottenuto più seggi rispetto ai voti (33.6% dei seggi rispetto al 27.1% dei voti), mentre i piccoli partiti sono tutti sottorappresentati. E lo sono al massimo livello quelli estremisti, tant’è che il Fn con il suo 13.9% porta in parlamento appena 2 deputati.
Gli stessi vantaggi che il sistema francese offre al Pd nella sua veste di possibile partito “maggioritario” (con vocazione o senza) valgono anche per Pdl e Terzo polo. Entrambi i partiti, da soli, non vanno molto lontano, oggi. Devono scegliere i loro alleati. Il Pdl può rivolgersi di nuovo a destra, verso la Lega per vincere ancora qualcosa al
Nord, o al centro con il Terzo polo. Certo Berlusconi non potrebbe riprodurre lo schema del 1994 quando Forza Italia strinse una doppia alleanza, con la Lega al Nord e con An al centro-sud. Questa volta i potenziali alleati sono alternativi. Proprio questa incertezza strategica induce il Pdl a minare la riforma elettorale aggiungendovi il carico, ingestibile, di una modifica costituzionale del sistema di governo.
Infine, con il doppio turno rimarrebbero penalizzate le estreme e le nuove liste. Per le prime poco male, anzi. Per le seconde si tratta di diventar grandi e quindi di schierarsi abbandonando i deliri di onnipotenza.
Tutti auspicano un cambiamento della legge elettorale in direzione di una maggiore governabilità e di un più diretto rapporto con gli eletti, scelti dai cittadini. Il maggioritario a doppio turno offre forti garanzie per il perseguimento di entrambi gli obiettivi. Speriamo allora che il
porcellum, come i suoi simili, non passi l’inverno.

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