Lettera – Regole d’ingaggio per non morire di Porcellum proposte dal fronte Radicale e referendario

Il Foglio
Mario Staderini

Al direttore – C’è un grande assente nella discussione sulla legge elettorale: il popolo italiano. Eppure si tratta di materia che negli ultimi venti anni lo ha visto protagonista attraverso il voto in quattro differenti referendum (nel ’90, nel ’93, nel ’95 e nel 2000) e la proposizione di altri dieci referendum poi bocciati dalla Corte costituzionale.

Tutti dicono "bisogna restituire ai cittadini il diritto di scegliere i parlamentari", ma in realtà cercano solo un sistema elettorale che consolidi l’assetto partitocratico dominante, come già accadde nel 2009 con la modifica a soli tre mesi dal voto della legge per le elezioni europee. E se, per salvare apparati, finanziamenti e poteri di nomina, il nuovo monstrum facesse crescere l’astensione e l’ingovernabilità, amen.

Dopo mesi di trattative nelle segreterie di partito, ora il via libera del presidente Napolitano per decisioni a maggioranza sposta apparentemente tutto in Parlamento.

Il problema, però, non è individuare la sede dell’ennesimo baratto bensì consentire una crescita del dibattito politico coinvolgendo chi quella legge dovrà utilizzarla. In un periodo in cui escono sondaggi su tutto, sorprende che da mesi nessuno testi quale sistema elettorale vogliono gli italiani. Certo, se la scelta offerta all’intervistato fosse tra i fantomatici modelli circolanti, dall’ungherese all’ispanico-tedesco sino al provincellum modificato, la reazione più probabile sarebbe la fine della telefonata. Se, al contrario, si proponessero i sistemi che storicamente hanno mostrato di funzionare, dal maggioritario anglosassone al doppio turno francese, contrapposti al sistema tedesco o al proporzionale democristiano, emergerebbero indicazioni clamorose che renderebbero difficili gli artifici all’italiana. Non disturbare il manovratore, dunque?

Per non morire dì Porcellum e di controriforme, occorre aprire un grande dibattito che coinvolga l’opinione pubblica e le permetta di conoscere le diverse proposte prima di ritrovarsele imposte con accordi presi sotto banco. Basterebbe organizzare spazi televisivi in prima serata, con precise regole d’ingaggio, dove confrontare le varie riforme elettorali permettendo ai cittadini di valutarle. Si potrebbero poi fare sondaggi in diretta e chiedere ai giornali on line di mettere in votazione i vari modelli.

Che fanno i cosiddetti "grandi partiti", accettano la sfida? Ma soprattutto, c’è un’emittente disposta a farlo?

Sarebbe compito della Rai, che però come al solito ha chiuso per ferie i talk politici senza sostituirli e da tre anni non trasmette quelle tribune che la legge prevede invece come obbligatorie. La sola rete che potrebbe supplire a questa vera e propria opera di servizio pubblico è La7, ecco perché mi appello qui a Enrico Mentana: direttore, ci stai?

Magari avrebbe diritto di parola anche quella Lega per l’uninominale che, da Martino a Pannella, da Baldassari a Ichino, si è costituita intorno a un altro desaparecido: il maggioritario uninominale secco. Lo stesso a favore del quale si espressero nel 1993 ventinove milioni di italiani che votarono sì al referendum Radicale. Anziché rincorrere le convenienze dei diversi clan, è il momento di una vera contrapposizione tra modelli alternativi: un sistema elettorale che si fonda sui partiti, con il proporzionale e le preferenze, oppure una legge che metta al centro la persona, cioè maggioritario e collegi uninominali. Oggi, invece, Pd e Pdl puntano di nuovo sull’inagibilità democratica delle prossime elezioni, facendo a gara per regalare il pallino al furbo Casini. Neanche fosse De Gasperi.

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