Riforme è l’ultima chiamata

La stampa
Luigi La Spina

Lo spread è sempre altissimo, si susseguono i vertici istituzionali e politici all’insegna dell’emergenza, anche il neopresidente della Confindustria, Giorgio Squinzi, ammette che certe intemperanze polemiche (forse anche le sue) non sono più ammissibili, ma i partiti non riescono a varare l’unica cosa sensata che potrebbero fare: una nuova legge elettorale. L’ennesima «fumata nera» su un’intesa che sembrava imminente, con il solito, stucchevole rimpallo di accuse sulle responsabilità del mancato accordo, dimostra come il masochismo della classe politica sia arrivato a forme di perversione davvero incomprensibili.

E’ davvero cosi difficile cambiare la nostra legge elettorale? In effetti, riuscire a combinare un puzzle di norme che soddisfi un po’ tutti è complicato, perché le convenienze elettorali, tra piccoli e grandi partiti, ma anche tra le diverse coalizioni possibili e le diverse esigenze dei leader sono spesso opposte. L’occasione per trovare un’intesa, però, in questi giorni è troppo favorevole per sprecarla e sarebbe davvero un delitto non approfittarne. Nessuno, infatti, può ragionevolmente prevedere non solo chi vincerà, ma neanche chi si presenterà alla competizione. Ecco perché sono del tutto imprudenti e perfino un po’ ridicoli questi calcoli che si intrecciano tra i cosiddetti esperti elettorali dei partiti.

Un almanaccare confuso di previsioni del tutto inattendibili, per due fondamentali motivi. Il primo, già accennato, riguarda una offerta politica ancora misteriosa: Berlusconi davvero si ripresenterà e a capo di quale partito? Ci sarà una scissione nel Pdl? Ci saranno novità al centro dei vecchi schieramenti, con una lista patrocinata da Montezemolo? Il Pd ha rotto definitivamente con Di Pietro e sceglierà un’alleanza con Vendola o con Casini? Le incognite, come si vede, sia pure limitandoci alle principali, sono davvero tante. Se poi si aggiunge l’«effetto Grillo», forse l’incognita più misteriosa e imprevedibile, è facile capire come ai sondaggisti, in questo momento, sia consigliabile un atteggiamento oracolare, quello di chi parla così oscuro da essere interpretato in qualsiasi modo.

Al di là dei simboli che compariranno sulla futura scheda elettorale, tra quattro o otto mesi, chi può prevedere, poi, in quale situazione ci troveremo non tra quattro o otto mesi, ma alla fine del mese prossimo? Il secondo motivo per cui quei calcoli dei partiti sembrano così inutili è persino più forte del primo. E’ evidente che la sorte dell’euro, l’andamento dello spread, i provvedimenti d’emergenza finanziaria che potrebbero essere necessari nelle prossime settimane finirebbero per cambiare qualsiasi programma elettorale, qualsiasi progetto di alleanze, qualsiasi candidatura a palazzo Chigi.

Ecco perché, e può sembrare un paradosso, questo è proprio il tempo in cui si potrebbe varare una legge che meno possa risentire dei calcoli di convenienza partitica e più degli interessi collettivi per un sistema che assicuri una efficace e stabile governabilità del Paese. Un meccanismo elettorale che corregga i difetti più gravi emersi nelle leggi che sono state sperimentate nella cosiddetta seconda Repubblica e che aiuti anche al miglioramento qualitativo della nostra classe politica. A partire dall’errore più grave: quello di far eleggere i parlamentari non dai cittadini italiani, ma dalle segreterie dei partiti.

Se il deputato o il senatore fosse più preoccupato di rappresentare gli interessi di chi lo ha votato che di compiacere i voleri del leader che l’ha nominato, non solo aumenterebbe il tasso di libertà del Parlamento, ma la selezione per quelle cariche sarebbe evidentemente orientata a qualità professionali e caratteriali più consone alle necessità della politica e non a virtù, diciamo così, di altro genere. L’obbiettivo si può raggiungere o con le preferenze o con i collegi elettorali, ma la differenza non dovrebbe, nella condizione descritta, provocare uno stallo come quello che appare in questi giorni.

Il secondo punto di un accordo possibile dovrebbe riguardare un premio di maggioranza ragionevole, che assicuri la governabilità, ma che non stravolga la rappresentatività delle assemblee e distorca i voleri dei cittadini. Anche in questo caso, litigare sul premio alle coalizioni o al primo partito, è un esercizio vano di fantapolitica. Di fronte alla necessità di un veloce accordo sulla legge elettorale, trovare questa differenza come insuperabile ostacolo all’intesa vuol dire avanzare un pretesto assurdo e suicida.

Il terzo fondamentale punto del nuovo sistema di voto dovrebbe riguardare una seria soglia di ingresso in Parlamento che eviti, da una parte, la dispersione di voti e, dall’altra, non riduca troppo le voci delle minoranze d’opinione pubblica. Una percentuale del 5-7 per cento potrebbe costituire una griglia selettiva ragionevole.

Tutti, o quasi tutti, sono d’accordo su queste tre esigenze; tutti, o quasi tutti, capiscono quanto sia imprevedibile il futuro e quindi sia inutile, questa volta, calcolare le singole convenienze partitiche; tutti, o quasi tutti, sanno che, se non si raggiungerà l’accordo, l’indignazione dei cittadini, già a dura prova, porterà a conseguenze pericolose per la nostra democrazia. Che cosa deve succedere ancora perché i leader si chiudano in una stanza e non ne escano finché non abbiano firmato l’intesa?
 

© 2012 La Stampa. Tutti i diritti riservati

POST COLLEGATI

Mettiti in contatto con noi

 

DIFFONDI LA CAMPAGNA