Perché Sallusti non deve andare in carcere

Il sole 24 ore
Luigi Zingales

In Italia c’è libertà di stampa? La domanda sembra retorica, ma non lo è. Secondo Reporter Senza Frontiere, l’Italia è solo 61esima su 179 nella classifica dei Paesi con più libertà di stampa, sotto la Bosnia ed Haiti e appena sopra la Repubblica Centrafricana. La classifica è basata su un sondaggio che cerca di verificare quanto frequenti sono gli attacchi e le pressioni che i giornalisti ricevano in quel Paese. Nonostante tutte le sue libertà economiche, per esempio, Singapore è solo al 165° posto. Il governo non censura direttamente la stampa, ma la sua presenza nel settore editoriale favorisce una forma di autocensura.
E dove non può l’autocensura, possono le cause per diffamazione intentate dal governo contro chiunque voglia criticarlo. Senza incarcerare nessuno, il governo ottiene il silenzio, minacciando la bancarotta a chi osa cantare fuori dal coro.
E l’Italia? L’autocensura è diffusa. Non brilliamo neppure per il trattamento dei giornalisti, come il caso di Sallusti, ex direttore di Libero e del Giornale, dimostra. L’articolo incriminato, non scritto da lui e pubblicato sul suo giornale, era a dir poco disdicevole e – a quanto risulta – riportava il falso. Ma Sallusti non merita il carcere per questo. In Italia le norme penali contro la diffamazione sono molto severe, ma raramente applicate. Questa discezionalità comporta ingiustizie e discriminazioni. Meglio depenalizzare il reato e trasformarlo in una causa civile.
Ma questo non basta. Come a Singapore l’eccessiva facilità delle cause civili può distorcere fortemente l’informazione, soprattutto quella economica. Quando un giornalista scrive eccessivamente bene di una società o di un imprenditore, chi gli fa causa? Mentre quando erra nella direzione opposta, rischia pene pecuniarie severissime. Corrado Formigli dovrà pagare 7 milioni di euro per aver "diffamato" la Fiat. Ma quale giornalista ha mai pagato per averne parlato falsamente bene? (e ce ne sono tanti). Una causa per diffamazione, anche quando viene vinta, costa tempo e denaro. L’Economist ha passato otto anni in causa con Silvio Berlusconi per il famoso (e preveggente) numero in cui l’ex-premier era giudicato inadatto a condurre il nostro Paese. Alla fine l’Economist ha vinto e le sue spese legali sono state, almeno in parte, rimborsate. Ma chi rimborsa la rivista del tempo perso? Perché i giornalisti e i direttori dovrebbero correre questo rischio? Sia chiaro: quando è in gioco la dignità delle persone, dobbiamo avere il massimo del rigore, ma neppure sono immaginabili autolimitazioni o sudditanze. Il compito di chi fa informazione è scavare e raccontare i fatti per quello che sono.
Ma con questi rischi anche il giornalista più onesto nell’incertezza tenderà ad essere più generoso nei giudizi verso le imprese, soprattutto quelle più ricche e potenti, per evitarsi il rischio di cause, fastidiose e costose anche quando infondate. Alle imprese, invece, conviene far causa anche quando sanno di perderla, perché ogni causa intentata dissuade molti altri giornalisti, da provare ad essere critici. Punirne uno – dicevano i brigatisti rossi – per "educarne" cento. Lo stesso pensano gli uffici legali di molte società. Non occorre essere un fine statistico per capire che questi incentivi produrranno un’informazione economica distorta troppo positivamente a favore delle imprese più potenti. Questo non minaccia solo la democrazia, ma anche l’efficienza economica.
Negli Stati Uniti, dove chi fa causa a un giornalista deve provare non solo la falsità della notizia, ma anche la negligenza o l’intento diffamatorio dell’autore, 24% dei maggiori casi di frode societaria (compreso quello di Enron) sono scoperti grazie alle indagini fatte dalla stampa. In Inghilterra, invece, dove la legge impone al giornalista l’onere di dimostrare la veridicità delle sue affermazioni, i giornali sono molto più mansueti. Per anni i giornalisti sapevano delle frodi di Robert Maxwell, ma nessuno osava parlarne.
Con questo non dico che persone e società non debbano avere il diritto a difendere la propria reputazione. La reputazione è un valore importantissimo e va difeso. Ma questa difesa non deve essere eccessiva, perché può ostacolare non solo il diritto all’informazione, ma anche la protezione degli investitori.
Per questo mi auguro che il caso Sallusti sia preso come motivo per una riforma radicale delle cause per diffamazione. La soluzione è quella di adottare il modello americano, dove solo i casi di diffamazione colposa sono puniti. In questo modo i migliori giornalisti di inchiesta di questo Paese, dalla Milena Gabanelli al nostro Claudio Gatti, possono continuare a fare il loro lavoro senza essere tormentati da cause intimidatorie.

 

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