Lettera – No ai privilegi per l’informazione ma il bene comune va difeso

Europa
Federico Orlando

Cara Europa, ieri sera, dalle 17 alle 19, si è tenuto al Pantheon un presidio di giornalisti e cittadini contro la legge bavaglio che serpeggia nella riforma Severino. Sono andato a sentire, visto che ieri mattina su Europa avevate usato qualche parola di troppo in difesa dei professori e dei giornalisti: gli uni sotto la minaccia di “dover lavorare” 6 ore in più alla settimana senza paga, gli altri che non vogliono il carcere per diffamazione riservato agli altri cittadini. Eppure, nella storia della repubblica, c’è stato quel famoso Giovanni Guareschi che si fece un anno di galera, senza chiedere la grazia al Quirinale, per aver presa per buona, e pubblicata, una patacca contro De Gasperi, accusato d’aver chiesto nel 1943 a Churchill di bombardare Roma. Altri tempi, altri fusti.
Alceo Scarano, Roma

Proprio così, caro Scarano, altri fusti. Guareschi e Sallusti non sono della stessa taglia, ma il problema è molto più complesso e non può essere risolto con una battuta, né sua né mia.
Cominciamo dall’inizio: anche se Sallusti non è il giornalista a noi più congeniale, e anche se lo spione di cui ha pubblicato l’articolo che gli è costata la condanna come “direttore responsabile” è un noto pataccaro dei servizi segreti, che poteva trovare ospitalità solo nel partito e nel giornale di Berlusconi, tutte le organizzazioni della categoria – Federazione della stampa, Ordine dei giornalisti, Articolo 21, Libera informazione – sono insorte contro la condanna. E hanno chiesto che la diffamazione a mezzo stampa sia finalmente punita con norme meno medievali o musulmane e che il danno inferto al diffamato sia riparato anzitutto accrescendo i diritti del cittadino: primo, l’obbligo, oggi eluso, di stampare la replica del diffamato nello stesso spazio e con la stessa evidenza dell’articolo incriminato. Cioè, se l’ingiuria è in un articolo di fondo, la replica dev’essere un articolo di fondo (crollerebbero le colonne del tempio, ma così è, se si vuol dare esempi che facciano scuola); e un risarcimento del danno congruo, ma non maximulte distruttive dell’azienda e quindi della libertà d’informazione. Questa è infatti un bene comune sia di chi scrive che di chi legge, e ieri mattina i giornalisti hanno presentato alla camera l’elenco delle 90 testate che rischiano il fallimento e la chiusura da un giorno all’altro.
Il problema del legislatore nel varare una nuova disciplina dei reati non è dunque di pesi e contrappesi, ma di ordine politico primario: a cominciare dalla tutela di cui la libera informazione ha bisogno nei confronti, per esempio, di una classe politica, amministrativa, finanziaria, che si vede fortemente sotto attacco: della stampa prima ancora che dei magistrati.
Il ddl Severino non si sottrae a questo clima, resta in sostanza una legge bavaglio, e per questo il nostro senatore Chiti ha ritirato la sua firma agli emendamenti. L’idea di chiamare l’editore a condividere col direttore la responsabilità della pubblicazione significa autorizzare la censura preventiva. Ogni editore, ricadendo l’onere finanziario soprattutto su di lui, si sentirà in diritto di vietare tutto il vietabile, in nome della prudenza. Anche perché molti diffamati, veri o presunti, adiscono la legge penale e quella civile, e questa, in materia di stampa, colpisce più velocemente dell’altra. Ne sa qualcosa Milena Gabanelli, che ha oltre quaranta cause civili aperte, quasi tutte intentate da banchieri e imprenditori. Ma non è detto che i pesi della libertà debbano ricadere su uno solo. Se questa è la condizione a livelli altissimi della professione, s’immagini cosa significhi essere precario o free lance in un piccolo mass media in terra di camorra, dove si lavora per 2 euro a pezzo (noi ci siamo battuti per l’equo compenso, il senato ha detto sì, aspettiamo che si svegli la camera). Per chi non cede, c’è il licenziamento in tronco (o la lupara camorrista di Siani). Ma siccome insieme ai Siani ci sono fra noi anche i giornalisti disonesti e prevaricatori, il giusto castigo è la sospensione o, al limite, la cancellazione dall’albo. Senza schiavettoni e senza montagne di euro, si possono così riconciliare diritto del cittadino e difesa del bene comune.

 

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