Libertà di stampa e leggi liberticide

L’Opinione delle Libertà
Dimitri Buffa

Se dovesse passare una legge solo vagamente simile a quella che tutti i giornali prospettano in questi giorni, relativa alla diffamazione a mezzo stampa, posso assicurare i nostri affezionati lettori che L’Opinione, dal giorno dopo, si convertirà in un quotidiano che si occuperà di giardinaggio. O di filatelia, o di giocatoli per bambini.
Infatti, se già per restare sul mercato da anni si fanno salti mortali, noi poveri giornalisti eternamente considerati di serie B, che già veniamo condannati, nel silenzio generale del sindacato di categoria e dei grandi e pensosi commentatori della stampa che ha la fortuna di essere posseduta da banche, fabbriche automobilistiche o tycoon della tv e di altre categorie dello spirito commerciale del paese, a risarcire vuoi estremisti islamici in giro per il mondo vuoi rivoluzionari di vario tipo per avere dubitato della genuinità del loro afflato anti sistema e per avere magari ipotizzato una certa dose di compiaciuto fiancheggiamento ai vari terrorismi internazionali, ci troveremmo, grazie alla pensata dei relatori di questa legge, a fronteggiare multe da 5mila a 100mila euro per una semplice diffamazione, laddove adesso al massimo te ne appioppano due o tremila.
Per non parlare delle pene accessorie da delirio quali la sospensione delle erogazioni dei fondi dell’editoria per chi li prende o l’interdizione dalla professione. Chi scrive non ha mai usato le proprie condanne per diffamazione per farsi pubblicità e magari rilanciare il proprio giornale con una bella campagna di opinione possibilmente su basi costituite da fraintendimenti, perchè ad esempio che libertà di stampa c’è da tutelare quando chi scrive l’articolo dichiara di avere “coscientemente” scritto il falso per danneggiare qualcuno? Magari può capitare, per sbaglio, di scrivere una cosa non vera, ma se lo si facesse apposta sarebbe la stessa differenza tra investire qualcuno con la macchina, cosa che di per sè è comunque esecrabile, e passarci addosso sopra per commettere un omicidio, come usa fare anche la camorra. Così, nel silenzio, come uno dei tanti Fantozzi del giornalismo italiano, quelli che non superano i 1500 euro al mese e non fanno opinione perchè non sono amici di dame e cavalieri dei salotti di regime, da anni ho dovuto mandare giù bocconi, cioè condanne, di un’amarezza incredibile: il record l’ho battuto quando subii una condanna per diffamazione per un articolo che non avevo scritto io, era una tabella che conteneva un errore, ma che , siccome era a fianco di un articolo firmato da me, era “teleologicamente legato all’articolo principale”. Questo quando lavoravo in un piccolo settimanale satirico.
La condanna passò in giudicato e ora fà persino giurispudenza, ma a nessuno è mai fregato nulla di farci una campagna stampa sopra.
Invece oggi assistiamo a una comedy of errors, con un direttore di un grande giornale che cerca il martirio dell’arresto, e che secondo me non riuscirà neanche a conseguirlo, per ragioni tutte interne alle dinamiche del suo giornale, e su questo presupposto si scatena una controproducente, per la categoria, campagna di stampa, che sta portando a peggiorare una legge già brutta.
Non bastava emendare la norma esistente con un piccolo comma che diceva che «la condanna per diffamazione era sempre convertibile in pena pecuniaria», rendendola così oblabile? O prevedere la mancata pubblicazione tempestiva e con lo stesso rilievo della notizia ritenuta diffamatoria come conditio sine qua non per esperire quantomeno l’azione penale (delle querele civili noto che nessuno parla, ndr)? No, non bastava.
Qualcuno ha dato ai politici di questo Parlamento, che in quanto a rapporti con l’opinione pubblica non è che se la passino tanto bene (tralascio i 100 inquisiti, i dieci condannati, quelli per cui è stato richiesto l’arresto e quelli per cui è stato ottenuto), un’ottima arma con cui vendicarsi della futura non ricandidatura o non rielezione. E’ l’eterogenesi dei fini, e noi dal giorno dopo cominceremo a occuparci dei giardini e dell’orto. Che, secondo un detto toscano, “vo’ l’omo morto”. Ma almeno non pignorato dai prepotenti di ogni risma.

 

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