Un federalismo da completare

Il sole 24 ore
Gianni Trovati

«Fare le riforme» è la ragione sociale della politica e la fonte delle soddisfazioni maggiori per chi vi si dedica e per chi affianca Parlamenti e Governi con un ruolo tecnico.

Non in Italia, dove l’attività dei riformatori si trasforma presto in una «guerra di trincea» contro i riformati, che nel susseguirsi di battaglie condotte con le armi del Gattopardo più che con quelle del soldato produce le semplificazioni che complicano, i decentramenti che accentrano e il resto della serie infinita dei paradossi di casa nostra.
Per queste ragioni il racconto del «Federalismo all’italiana» condotto da Luca Antonini, docente di diritto costituzionale e diritto costituzionale tributario catapultato sulla prima linea del fronte come presidente della Commissione tecnica per l’attuazione del federalismo fiscale (Copaff), per espressa dichiarazione dell’autore non appartiene alla categoria dei libri «scritti in biblioteca», ma a quella dei testi «nati dal terreno fertile delle esperienze vissute». Lo scopo? Far conoscere il «dietro le quinte» del federalismo all’italiana, mettere a disposizione dei lettori-elettori tutti i retroscena oggi noti a «forse cinquanta o cento persone, tutti addetti ai lavori».

Retroscena fatti non di gossip, ovviamente, ma di cifre, tabelle, analisi comparative e racconto delle dinamiche che hanno condotto all’ennesimo nonsense tricolore: dopo 12 anni di lavorio federalista, si è decentrato il 60% della spesa pubblica, ma le amministrazioni centrali non sono dimagrite di un grammo, e anzi Palazzo Chigi, con i suoi 100 dirigenti che governano 3mila dipendenti articolati in 29 dipartimenti, rimane la presidenza del Consiglio più grande d’Europa.
La ricca aneddotica delle storture che deformano la nostra finanza pubblica offre un primo livello di lettura del racconto di Antonini, utile a capire le dimensioni del problema.
Se sulla gestione di ogni albero che incontriamo lungo strade e sentieri si affollano cinque diversi tipi di competenze, che nell’80% del territorio nazionale (sottoposto a vincoli) diventano sette con l’ingresso in gioco degli enti parco e delle sovrintendenze statali, diventa difficile stupirsi del fatto che ogni ettaro di foresta costi 410 euro all’anno in Campania, 597 in Calabria e addirittura 1.455 euro nella Sicilia dei record. Ovvio poi che in una Regione come l’Isola, che dilapida 168 milioni all’anno in indennità e rimborsi spese per la politica e 1,7 miliardi in spese del personale, rimanga poco per funzioni strategiche come le infrastrutture: per le ferrovie, per esempio, Palermo spende 3,5 milioni all’anno, contro i 700 milioni della Lombardia e gli 80 della Basilicata (che ha un decimo degli abitanti della Sicilia).

 

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