Lettera – Vatican Party

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Paolo Izzo

A partire dai Patti Lateranensi dell’11 febbraio 1929, non si può nemmeno quantificare la somma esatta che lo Stato della Città del Vaticano ha incassato dal nostro Stato, se ad oggi l’esborso italiano annuo si aggira intorno ai sei miliardi di euro. E, come se non bastasse, l’enclave più ricca del mondo riesce anche ad accumulare ingenti debiti (vedi Acea) mentre varie sue aziende ospedaliere (vedi Idi, San Raffaele, Gemelli, etc.) sono in profondo rosso… Quella dei Patti del ’29, firmati “quando c’era lui”, è quindi, senz’altro, una ricorrenza che il papa e i suoi devono ben celebrare, visto che da allora hanno anche imposto all’Italia la loro religione come religione di Stato, il nostro. Meno chiaro è che cosa avessero da festeggiare le istituzioni italiane al Vatican Party che si è tenuto in anticipo lunedì 4 febbraio, tra musica e conciliaboli pre-elettorali. Una domanda sorge spontanea, per esempio: insieme al teocrate Joseph Ratzinger e all’ex comunista presidente Giorgio Napolitano, che cosa ci faceva quell’altro pontefice della Sinistra, nickname Papa Giovanni, che spesso scherza coi fanti, ma lascia stare i santi? Al posto del motto “non c’è più religione” ci è almeno concesso di esclamare che non c’è più laicità?

 

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