Causa sui

Il Foglio
Angiolo Bandinelli

In questa o quella delle sue versioni, l’evoluzionismo pretende di essere la risposta corretta ed esaustiva – perché “scientifica” – alle domande che si affacciano ogni giorno, sotto l’uno o l’altro polo, a ogni vivente. “Nulla salus extra evolutionis ecclesiam”, vorremmo parafrasare, e non saremmo troppo lontani dalla credenza in voga. Potremmo anche noi consentire, in fin dei conti: non vi è giorno che la teoria darwiniana, nell’una o nell’altra delle sue forme, non trovi conferma dalle ricerche scientifiche e dagli scavi paletnologici condotti nei cinque continenti, come pure dalla riflessione metodologica e gnoseologica che elabora quei ritrovati “documentari”. Si può capire che la polemica antidarwiniana, così aggressiva fino a pochissimi anni fa, oggi taccia o quasi. Dati i principi da cui muove, l’antirelativismo e il creativismo, avrebbe poche speranze di non essere travolta. L’attuale Papa, che non credo che sul piano dogmatico sia più arrendevole e aperto del predecessore, sembra abbia già spostato l’asse del messaggio pastorale. Il filo conduttore della sua iniziativa ecclesiale sarà da oggi in poi la “misericordia” divina, pronta ad accogliere il colpevole e il reietto: un linguaggio tutto inclusivo (perfetto il richiamo al grande abbraccio della piazza berniniana, scenario mediatico mondiale) ma un po’ anche a rischio – sia detto senza malizia – di sbavature peroniste; comunque non più esclusivo come quello di chi discettava coi saggi e i sapienti nel “cortile dei gentili”, al riparo di invasive telecamere e per il ghiotto piacere di eruditi e polemisti accorsi al miele. Avremo di sicuro qualche sporadico (e anche intransigente) intervento in merito, ma l’epoca delle grandi dispute di principio mi pare tramontata. Dunque, un’epoca nuova e un cammino più facile per l’evoluzionismo darwiniano? Sul terreno religioso, quasi sicuramente sì (a proposito, anche Teilhard de Chardin, propugnatore di un evoluzionismo finalistico e religioso, era gesuita). Ma il darwinismo e l’allegato determinismo non credano per questo di avere partita facile. Ci sarà stavolta un laico a tener loro testa: il laico che, per definizione, non riesce a rassegnarsi a una visione deterministica dell’uomo. Naturalmente, non ha obiezioni “scientifiche” da contrapporre, non è quello il terreno suo proprio: la settimana scorsa, ho raccontato del dibattito radiofonico nel corso del quale un rinomato scienziato, docente emerito di Neurofisiologia, ha (se ho ben capito) sostenuto calorosamente la tesi della perfetta, biunivoca corrispondenza tra stimoli cerebrali e prodotto “mentale”. Io, modestamente, gli avevo chiesto se ritenesse che la ricerca neurologica avrebbe mai potuto darci i “perché” che hanno motivato Papa Ratzinger a una scelta così complessa come quella della rinuncia al soglio. Devo tornarci su anche questa settimana (me ne scuso subito) sia perché mi sono ricordato che il professore non ha voluto dare una risposta al mio (inquietante?) interrogativo, sia perché credo che in questo improvvisato botta e risposta si celi tutto il succo del problema, compresa la sua soluzione.

Cartesio e Darwin
E qui mi viene in mente una tesi curiosa e forse balzana, che potrebbe (ma di sicuro non è) star molto bene in bocca a un Benedetto Croce: in termini degni della Scolastica medievale, la libertà è “causa sui”. Ecco, penso che una libertà che non fosse “causa di se stessa” – e dunque incondizionata sarebbe una contraddizione, sarebbe solo vuota espressione di una menzogna (genetica?) per la quale noi impiegheremmo un termine falso, inutile e quindi, in definitiva, antieconomico, mentre sappiamo che l’uomo tende a trarre il massimo profitto di ogni suo sforzo e dunque scarta ciò che non gli serve. Il laico, con questa sua asserzione, utilizza sì un linguaggio proprio alla Scolastica medievale, ma al creativismo non molla un millimetro. Puramente e semplicemente, sostiene che tra l’antropiteco (scegliete voi il nome scientifico di quell’antenato) che semplicemente riproduceva gli stimoli indotti in lui dall’evoluzione biologica, e l’“homo sapiens” che compie in libertà le sue consapevoli scelte e iniziative si è frapposta la cultura, come struttura complessiva, autogena, altamente simbolica, dei comportamenti “umani”. È attraverso la cultura che l’ominide si trasforma in uomo. Cartesio, ponendosi problemi di questo ordine, si immaginò che la “res extensa” – la materia – trovasse il suo punto di collegamento con la “res cogitans” – il pensiero – nella ghiandola pineale del cervello. Il grandissimo Vico gli contrappose la tesi che la civiltà dell’uomo fosse figlia e opera delle “are e templi” che costituiscono il simbolo visibile della storia che si fa e si autoconosce come unica e vera libera coscienza (coscienza di libertà) dell’uomo. A meno che non si pensi di sostituire la storia con l’antropologia o la neurobiologia. Lambiccamenti del genere si coltivarono al tempo del positivismo: il (grande) Cesare Lombroso pensava che fosse finita l’epoca dell’etica, sostituita finalmente con la criminologia.

 

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