Digiuni, cavilli e stampelle. Le acrobazie di Bobo il radicale

Corriere della Sera
Dino Martirano

ROMA – Memorabile fu il rovinoso ruzzolone, sulle scale dell’emiciclo, che gli costò durante il dibattito sul «processo breve» l’uscita dall’aula in barella, la rottura dei legamenti della caviglia e due mesi di stampelle. Il tutto perché lui, sergente-segretario del gruppo del Pd cresciuto alla scuola politica dei radicali, «volava» letteralmente tra i banchi: perlopiù per acciuffare i riottosi della sua parte oppure per scavalcare la trincea e andare a parlamentare sotto lo scranno della presidenza.

Il deputato Roberto Giachetti, romano, 52 anni, è così: uno che si lancia, «vola» senza rete di protezione e poi, anche dopo cadute rovinose, si rialza sempre. Le acrobazie d’aula (richieste di inversione dell’ordine del giorno, verifica numero legale, voto segreto) sono state le sue specialità per tre legislatura. Ora, però, da vice presidente della Camera, In Aula Il pd Roberto Giachetti, 52 anni: bocciata la sua mozione per abolire il Porcellum e tornare al Mattarellum ha superato se stesso, ripescando un dispositivo desueto per le mozione dei 98 (poi ridottisi a 81) «che ha fatto impazzire» l’assemblea: Giachetti ha dunque tentato di aggirare l’ostacolo del governo amico scrivendo nella sua mozione che «da Camera….impegna se stessa e i propri organi», e non «il governo» come è uso mettere nero su bianco, «ad esaminare ed approvare in tempi brevissimi una riforma della vigente legge elettorale….». E andata male. Perché alla fine la mozione degli 81 ha raccolto solo 139 voti (di cui molti sarebbero dei grillini).

Tuttavia, il soldato Giachetti non molla: «Ci riproverò ad abbattere il Porcellum. Ci riproverò con più fantasia…», è il suo ammonimento rivolto al presidente Letta e al suo vice Alfano. E c’è da giurarci che anche questa volta lui continuerà con coerenza la sua battaglia che un anno fa lo portò a due lunghi scioperi della fame: «La scorsa legislatura è andata male… Però conservo sempre con cura la lettera che mi scrisse il presidente Napolitano per invitarmi a sospendere lo sciopero della fame». Era il 28 novembre del 2012, e il deputato anti-Porcellum era veramente ridotto male: «Caro onorevole Giachetti, so bene della sua scelta estrema cui lei ha voluto ricorrere per sollecitare la riforma della legge elettorale…», scriveva Giorgio Napolitano a Giachetti dilungandosi poi sull’«interminabile braccio di ferro, giuoco degli equivoci, ripetuto alternarsi di opposti irrigidimenti, da cui è stato messo a grave rischio il mantenimento di un impegno assunto da tutte le forze politiche…».

In calce alla mozione degli 81 ci sono anche le firme dei renziani ma dietro «non c’è lo zampino di Renzi», giura Giachetti. Che durante una giornata nevosa, ma trionfale per la visibilità della battaglia contro il Porcellum, si toglie una paio di soddisfazioni: «I presidenti delle commissioni Affari costituzionali (Finocchiaro del Pd e Sisto del Pdl, ndr) definiscono un atto di prepotenza e un complotto contro il governo questa mozione sottoscritta in principio da quasi loo deputati. Ma come? Quando era la stessa Finocchiaro a proporre il ddl per l’abolizione del Porcellum, e addirittura il presidente Letta a chiedere il ritorno al Mattarellum, questi giudizi non si sentivano. Io dico che il governo si è piegato al ricatto del Pdl per togliere ogni riferimento alla legge elettorale dalla mozione di maggioranza Io, comunque, ci riproverò. Non sono morto, sono ancora vivo…».

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