Ma Francesco vuole una Chiesa meno interventista

da ‘La Stampa’
Andrea Tornielli

Mentre Francesco, seduto a fianco di Giorgio Napolitano, citava l’importanza dell’impegno in favore della libertà religiosa, il ministro degli Esteri Emma Bonino, discretamente, annuiva. E al momento del saluto personale con Bergoglio, quando il Presidente ha presentato a delegazione italiana al Papa, quello dell’esponente radicale titolare della Farnesina, in completo nero, è sembrato quasi il saluto più deferente e rispettoso. «Pare proprio che sia abituata a fare visite in Vaticano», ha sussurrato uno dei presenti. In realtà Emma Bonino aveva varcato soltanto un’altra volta la soglia del palazzo apostolico, nel 1986, in veste di promotrice del «Manifesto dei Capi di Stato contro lo sterminio per fame e in difesa del diritto alla vita e della vita del diritto». Allora non aveva i capelli biondi, indossava un maglione verde e aveva parlato di fame nel mondo con Giovanni Paolo II a fianco di Marco Pannella.

È anche da istantanee come questa che si coglie il clima in cui si è svolta ieri mattina Oltretevere la prima visita ufficiale di un capo di Stato al nuovo Pontefice, preparata dall’entourage vaticano e dall’ambasciatore d’Italia presso la Santa Sede Francesco Maria Greco. Una visita all’insegna della sobrietà in quanto all’abbigliamento, e non per volontà di Francesco, dato che la proposta, subito accolta, è arrivata da parte italiana: il frac d’ordinanza è stato sostituito da un meno appariscente abito scuro. Ma certamente la cordialità era palpabile in un incontro voluto da entrambe le parti senza che ci fosse nulla in palio: Napolitano aveva già avuto nel 2006 il suo «battesimo» come primo Presidente ex comunista inquilino nel Colle, e la Santa Sede non aveva da rivolgergli richieste particolari.

Confermate le aspettative per quanto riguarda i contenuti dei discorsi, con uno spazio considerevole dedicato alla crisi economica e alle sacche di povertà diffuse anche nel nostro Paese, come pure al contributo positivo che la Chiesa cattolica, con la sua presenza e le sue strutture, offre al bene comune dell’Italia.

È la cornice in cui avviene la visita a essere comunque cambiata. Papa Francesco, vescovo di Roma e primate d’Italia venuto «dalla fine del mondo», pur avendo sottolineato nel recente incontro con i membri della Conferenza episcopale italiana che spetta a loro il dialogo con le istituzioni politiche, propone infatti un modello di pastore meno interventista e invischiato nelle vicende politiche, terreno che spetta all’impegno, alla responsabilità e al rischio dei laici.

Qualche affondo più specifico si è avuto durante l’incontro tra Napolitano e il Segretario di Stato Tarcisio Bertone, quando la delegazione vaticana ha fatto cenno all’insegnamento paritario nello scenario della crisi del lavoro, mentre per quanto riguarda le politica internazionale entrambe le parti si trovano d’accordo che in vista del secondo incontro di Ginevra sulla crisi della Siria non è possibile partire ponendo pre-condizioni o escludendo interlocutori.

I discorsi pubblici del Papa e del Presidente hanno colpito per la loro sintonia un indizio del fatto che la visita era stata preparata nei dettagli – con Bergoglio che parla dei colli Quirinale e Vaticano «che si guardano con stima e simpatia» aggiungendo a un accenno che gli sta a cuore sulla necessità di «lavorare per creare una cultura dell’incontro».

Da notare, infine, la citazione affettuosa e non protocollare che Napolitano ha voluto dedicare a Benedetto XVI, sul cui stato di salute si era informato poco prima, mentre con passo lento percorreva le sale del palazzo a fianco di monsignor Georg Gänswein, che ricopre il doppio incarico di Prefetto della Casa Pontificia e di segretario del Papa emerito.

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