Se “libera Chiesa in libero Stato” non basta più

da l’Unità
Vincenzo Vitiello

CONFESSO: QUELLO CHE MI HA PIÙ COLPITO DEL RECENTE INCONTRO TRA L’ATTUALE PONTEFICE E IL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA ITALIANA è stata la presenza di Emma Bonino. È questione di età: ricordo presidenti della Repubblica che negli incontri ufficiali col Papa piegavano il ginocchio. Testimonianza, voglio credere, di una fede personale, ma che non era lecito manifestare in quella forma di simbolica sottomissione nell’atto di rappresentare ufficialmente un Paese certo allora a maggioranza cattolica, ma costituito anche di appartenenti ad altre fedi religiose evangelici, ebrei, islamici, questi ultimi pochi allora, anzi pochissimi – e pur di non-credenti. La figura minuta di Emma Bonino, il suo volto sorridente, il passo spedito nell’avvicinarsi a Papa Francesco col rispetto che si deve ad una persona eminente, ma nell’eguaglianza della comune umanità, mi è parsa il simbolo di questa minoranza, nel momento in cui il presidente Napolitano rappresentava, giustamente, tutta la Nazione. Dico questo per significare qualcosa che è più che una perplessità: è un’insoddisfazione teorica e un’inquietudine morale, che voglio esprimere con ogni rispetto, ma anche con tutta sincerità.

La difesa della libertà religiosa che abbiamo ascoltato, e non solo in questi giorni e per questa occasione, anche da fonti autorevolissime, mi è parsa abbastanza scontata. Chi si oppone – almeno a parole – al dialogo tra fedi religiose differenti, all’obbligo etico del reciproco rispetto? Chi non condanna – almeno a parole – i conflitti religiosi? Chi non s’indigna dei massacri di cristiani inermi che avvengono in Paesi islamici sotto lo sguardo indifferente dei tutori dell’ordine? Si è parlato addirittura di un rivoluzione antireligiosa, anzi anticristiana in Europa (Galli della Loggia sul Corriere del 2 giugno). Ripeto: chi non condanna tutto questo? Ma – qui la domanda – si può ridurre la libertà religiosa alla libertà di coscienza? Alla libertà del «foro interiore»? Questa difesa appare oggi storicamente inadeguata. Oggi, nell’età del secolarismo compiuto, in cui è pienamente riconosciuto il diritto delle Chiese – parlo al plurale: mi riferisco non solo alla Chiesa di Roma – di far politica. Non ha parlato Papa Francesco del «dovere» dei cattolici di impegnarsi politicamente? E vogliamo ancora difendere la religione – e la politica – col vecchio principio di «libera Chiesa in libero Stato»? Piuttosto che parlare retoricamente del dialogo e dell’interiorità della coscienza, non è più utile – non ad altro che alla convivenza civile – tornare ad interrogarsi su cosa s’intende con libertà? E cioè: se sono lo stesso libertà religiosa e libertà politica e/o etica? È un problema, questo, che riguarda essenzialmente il cristianesimo.

È bene guardare anzitutto in casa propria. Maria Zambrano, la filosofa spagnola che la dittatura di Franco costrinse ad emigrare in America latina, alla fine del secondo conflitto mondiale – lei che aveva posto Agostino tra i Padri dell’Europa – si chiedeva, considerando l’esito della storia religiosa del nostro continente, se il cristianesimo europeo sia stato vero cristianesimo, e se sia ancora possibile un cristianesimo europeo. A questa domanda non mi sembra si sia data risposta. Rispondervi significa – lo dico anzitutto agli amici storici – allargare l’orizzonte ben oltre la storia moderna, tornando a riflettere sulle radici del cristianesimo, sul grande problema paolino del rapporto legge-fede: lì è l’origine della nostra domanda; forse della possibile risposta.

In questa sede non posso che azzardare un desiderio, e una speranza: il desiderio e la speranza di un cristianesimo che sia «assoluto» – uso di proposito la definizione hegeliana, per rovesciarla – solo perché capace di riconoscere l’assolutezza di tutte le religioni; di un cristianesimo che non si limiti a rivendicare il rispetto delle altre religioni, ma pratichi questo rispetto non politicamente, ma nella forma ch’è sua propria: quella della religione. La cui libertà si esplica, prim’ancora che nell’operare storico e comunitario, nella sospensione di ogni fare in quell’istante, in quel «battito d’occhio» per dirla con Paolo, in cui sorge la domanda sull’orizzonte di senso del fare che diciamo nostro, e che neppure sappiamo sin dove ci appartenga. Questa sospensione ha un nome, Shabbat, che è di una religione, ma la cui esperienza è di ogni religione, e si pratica nella preghiera. Spero in un cristianesimo i cui credenti sappiano pregare il loro Dio, accanto – oltre ogni comunità ordinata secondo leggi e principi – a fedeli d’altre religioni, parlanti col loro Dio con parole loro proprie; accanto, soprattutto, a chi non ha parole di fede e di preghiera. Spero in un cristianesimo che non è dottrina, ma testimonianza. Memore delle parole di Paolo: «La speranza che vede non è speranza».

 

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